Intervista ad Alessio Mariani in arte Murubutu

di Silvia D’Egidio

Da sempre il vento raccoglie storie di uomini e mondi per riunirli in una dimensione che è oltre il tempo e lo spazio. Ad esempio quella del racconto in musica. É quel che accade nell’album L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti (Mandibola Records, 2016) l’ultimo lavoro del musicista Murubutu, al secolo Alessio Mariani. Professore di storia e filosofia di giorno e rapper di notte, Murubutu va ben oltre l’immaginario del genere in questione per offrire all’ascoltatore un paesaggio molto più ampio, costellato di racconti tristi e bellissimi, densi di riferimenti filosofici e letterari, che questo outsider della narrativa ha ‘raccolto’ e trasformato in canzone. Siamo ascoltatori, sì, ma ci riscopriamo anche avidi lettori perchè quello che ci è capitato tra le mani è senza dubbio un “libro” ad altissima densità musicale.

Murubutu sarà ospite della I edizione del Festival SullaKosta, organizzato da Alberto Dezi e Fabrizio Maiorano, che si terrà giovedì 27 luglio allo chalet Maristella di Tortoreto Lido.

Raccontami come nasce il nome Murubutu.

Murubutu deriva da Marabutto, un termine che utilizza, tra gli altri, Jules Verne. Nell’africa subsahariana è una figura che in grado di guarire mali fisici e sociali.

Pensi che il musicista possa arrivare a guarire i mali fisici e sociali attraverso il potere curativo della parola e della musica?

Sì certo, può avere anche questo ruolo. La musica può essere ancora di salvezza, una forma di terapia una maniere di interpretare la realtà

Oltre alla carriera musicale c’è anche quella nell’insegnamento. Mi piace pensare che in qualche modo tu faccia un unico lavoro in due ambiti diversi, il volto bianco e il volto nero della stessa medaglia. Sei d’accordo?

Sì sono d’accordo, penso di fare lo stesso mestiere, cioè cercare di veicolare in forma accattivante dei contenuti culturali, che sia dietro una cattedra o su un palco.

In un articolo comparso sul Fatto Quotidiano, il rapper Kento, riferendosi ai suoi colleghi, ha scritto “Dobbiamo scrivere meglio, dobbiamo interpretare meglio i cambiamenti e le esigenze delle società, dobbiamo presidiare […] anche i luoghi – fisici e mentali – dove appunto la nuova società si forma.” Cosa ne pensi?

Conosco Kento e l’articolo che mi hai citato e mi trovo d’accordo con lui. Oltretutto in quell’articolo lui esaurisce il discorso utilizzando un aggettivo molto efficace: il rap dev’essere più ‘autorevole’. è importante che ci sia una offerta diretta, ricca di contenuti, in un italiano adeguato, che sia in grado di dare degli spunti di emancipazione culturale.

Credo che la tua musica vada proprio in questa direzione. I testi delle tue canzoni sono ricchi di stimoli culturali: si spazia da Eraclito a Pavese, da Jules Verne alle grandi narrazioni mitologiche. Un rap insolito ed estremamente affascinante.

Per deformazione professionale, il mio obiettivo risente in parte del mio lavoro, quindi quando ho cominciato (nel 2006) a dare un’impronta molto personale al mio rap ho creato un genere che tra virgolette ho definito ‘rapdidattico’. Riverso all’interno delle canzoni tutto il mio grande amore per la letteratura e per la narrativa e quindi contengono non solo spunti di tipo culturale, concettuale che possano essere fruiti da chi ascolta ma anche possibilità di identificazione.

Non dev’essere affatto facile quando per le mani si ha un racconto articolato come quello letterario. Come lavori sui testi per far coincidere la musica con le parole?

Il rap in realtà è un genere che favorisce questo tipo di discorso sulla scrittura perché dà la possibilità di inserire molte più parole rispetto agli altri generi e quindi favorire le descrizioni dei personaggi e le contestualizzazioni. Il mio intento è quello di fornire un repertorio identificazionale che sia utile al coinvolgimento dell’ascoltatore.

I personaggi delle tue storie sono molto sfaccettati, scolpiti talmente bene che diventano facilmente figure nelle quali identificarsi. Come sei riuscito in un intento affatto semplice?

Provo a creare, a dipingere dei personaggi attraverso le parole. Il modo migliore per riuscirci oltre ad essere coinvolti in ciò che si racconta è soprattutto un lavoro di cesellatura, di cesura, spesso si tratta di togliere invece che aggiungere.

Sei passato dal mare, leit motiv del tuo penultimo disco, al vento. Un elemento per sua natura sfuggevole e quindi anche più difficile, a livello narrativo, da incastrare in una struttura. Perché questa scelta?

C’è comunque una letteratura legata al vento che delinea con forza e in modo costante alcuni paesaggi ed ha una potenzialità metaforica notevole. Tuttavia il mare è molto più ampio perché caratterizza gli ambienti, il vento è più stringente. è stata una scelta voluta quella di restringere il bacino di metafore da cui attingere.

Le storie che racconti sono drammatiche, non volte alla consolazione o al conforto. Se dovessi scegliere un genere letterario ti collocherei nel Naturalismo. Tuttavia osservando bene tra le righe, oltre a quella verità raccontata senza illusione, una speranza c’è! Mi sbaglio?

Mi fa piacere che tu abbia rilevato questo aspetto. Le mie sono storie drammatiche tuttavia i personaggi, soprattutto quelli che subiscono la vita, sono attraversati comunque da un filo di speranza. Spesso la tragedia viene presentata come qualcosa di aberrante da cui non si può mai tornare indietro, anche la morte, tratteggiata con una certa morbosità. Io vorrei avere un approccio un po’ più complesso al dramma, un approccio che risente sicuramente della mia formazione filosofica, in cui il dramma è letto all’interno di una dialettica della complessità. L’ascoltatore è portato a valutare indizi che fanno riflettere, ad esempio su quanto alcuni aspetti della complessità della vita siano anche positivi e quindi ci sia anche una speranza. Per citare il passaggio della traccia Mara e il Maestrale “per ogni cosa che dona un’altra la toglie”.

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo

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