Intervista alla regista teatrale Diana Ripani

di Silvia D’Egidio

Il teatro di Diana Ripani è un occhio che guarda, che osserva che scruta, che si nutre della vita in tutte le sue felici, sorprendenti e disumane declinazioni. Classe ‘82, nasce in Abruzzo, a Tortoreto ma sceglie Roma per muovere i primi passi nel mondo del teatro. Diplomata all’Accademia Internazionale di Teatro di Roma lavora come performer, come attrice e come assistente per il regista Andrea Baracco.  Nel 2016 costituisce la compagnia teatrale Duramadre, di cui è direttrice artistica, con la quale debutta in qualità di regista con lo spettacolo La Perdita, lavoro selezionato tra le opere finaliste al Festival di Gualtieri 2016. Il 2017 è la volta di due spettacoli: Casella 17, nel quale racconta la difficoltà dell’essere umano nel mantenere l’equilibrio tra le aspettative degli altri e i propri desideri e Ken è morto, una riflessione ironica e amara sullo status dei rapporti umani nel secolo della “ipercomunicazione”. Il filo rosso che lega queste opere è senza dubbio un’analisi dell’uomo alle prese con i propri desideri, con i rapporti interpersonali, con l’assenza, in una parola con la contemporaneità.

Ken è morto, un titolo comico e perturbante allo stesso tempo.

(ride). Avevo bisogno di un simbolo che rappresentasse il gioco e che fosse non troppo lontano nel tempo nè eccessivamente attuale. Ho pensato che il compagno di Barbie fosse perfetto per l’occasione.

Attraverso il gioco, inteso come atto creativo che origina dal desiderio, racconti il disagio dell’uomo contemporaneo. Perchè questa s celta?

Ho trovato interessante il parallelismo tra gioco e rapporti interpersonali. Da bambina la domanda che facevo più di spesso era: a che giochiamo? L’immaginazione aveva bisogno del suo spazio, il fisico aveva sete di azioni, ti concedevi del tempo per coltivare dei rapporti che prendevano vita e  ti regalavano emozioni.

Oggi invece abbiamo sostituito le emozioni con le “emoticons”.

Esatto. La maggior parte delle volte, vedo occhi puntati verso uno schermo, vedo interazioni che non hanno bisogno di uno spazio, vedo corpi immobili che si lasciano trascinare dal caos scambiandosi smile asettici.

Dunque Ken, o meglio il ‘gioco’, è morto?

Non del tutto.  Lo abbiamo sotterrato sotto cumuli di bugie, piantandoci sopra una lapide, perché ci è sembrato inevitabile per realizzare desideri imposti dal contesto sociale nel quale cresciamo. Non è più possibile mettere in mostra debolezze o sentimenti, siamo ossessionati dalla costruzione di un’immagine di noi che conquisti consensi.

Mi pare quasi di sentirlo il messaggio subliminale sussurrato costantemente al nostro inconscio: “sii sempre bellissima, felice, infallibile, in carriera”.

Proprio così. Non a caso ognuno dei quattro quadri di cui si compone lo spettacolo si conclude con una sorta di omicidio, un atto violento rappresentato attraverso il gesto della mano che sfila un guanto nero. è l’immagine simbolo che ho scelto per rappresentare l’uccisione, da parte della società, dei nostri desideri, dei sentimenti, della condivisione e quindi in un certo senso del gioco.

Presenza costante sulla scena è una sorta di automa, se posso definirlo così, un personaggio inchiodato ad una sedia, circondato da schermi. Quanta responsabilità hanno i social network nel discorso che hai scelto di affrontare?

Grandissima. L’attrice rappresenta una bambina, trasformata dalla tecnologia in un automa. è succube, è infelice, è immobile. Un po’ come noi che, comodi sulle nostre sedie e incollati agli schermi, viviamo attraverso un filtro di vetro e “condividiamo” con un click. La condivisione comporta sicuramente dei rischi che oggi non siamo più in grado di prendere. Se continueremo  ad inseguire i nostri sogni senza rischiare, senza sentire la presenza fisica o mentale di ciò che ci respira affianco, credo che presto dovremo chiamarli “sogni di plastica preconfezionati”.

Questo discorso mi riporta alle parole di Marcuse “La società ideale è quella in cui le panchine sono monoposto”. In fondo è quello verso cui ci stiamo dirigendo.

Sì, è così. Vogliamo conquistare obiettivi che non sempre ci appartengono e nel farlo siamo completamente concentrati su noi stessi, siamo diventati individualisti. Inevitabilmente questo ci porta a vedere la condivisione con “l’altro” come un intralcio, una perdita di tempo che non porta da nessuna parte ma anzi rallenta il nostro percorso.

Cosa ci stiamo perdendo in questa corsa insensata?

L’autenticità che per me è alla base della libertà.

Progetti futuri con la compagnia Duramadre?

La compagnia ora sta lavorando a pieno ritmo allo sviluppo del secondo spettacolo Ken è morto, per la presentazione ufficiale che avverrà a settembre e allo spettacolo Casella 17, che lo scorso 11 giugno ha vinto il “Premio del Pubblico” nella sezione “Pillole” per il Festival Inventaria 2017 e che ora prenderà parte al Fringe Festival di Roma.

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo

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