Triangoli Rossi di Boris Paor

di Silvia D’Egidio

È un dato di fatto: nell’era delle memorie virtuali perdiamo sempre di più la capacità di ricordare.

Certi di poter recuperare agilmente istanti, parole e fatti attraverso supporti di ogni genere e forma abbiamo smesso di afferrare la vita e il suo fluire. Sotto il giogo di questo ironico contrappasso stiamo dimenticando e quindi stiamo morendo. Già perché ricordare vuol dire “non morire”, come scrive Kriton Athanasulis ne Il Testamento, una delle più belle poesie del secolo scorso. Ricordare vuol dire essere consapevoli, ricordare vuol dire essere capaci di comprendere se stessi e il proprio tempo. Se le cose stanno così allora Boris Pahor è un immortale.

Con il suo ultimo libro Triangoli rossi (Bompiani, 2015), Pahor non solo rompe il silenzio sui campi di concentramento politici ma allo stesso tempo ci lascia un grande insegnamento di vita: quello di non accontentarci di una storia preconfezionata o di una memoria prestabilita ma di approfondire, spostare lo sguardo più in là, formarci uno spirito critico per scoprire ad esempio che non sono esistiti solo i campi di Auschwitz, Buchenwald o Mauthausen, ma ne sono esistiti altri forse anche più atroci, come il campo Dora-Mittelbau o Natzweiler-Struthof, inferni riservati ai deportati politici, ai Triangoli rossi appunto.

Boris Pahor, scrittore sloveno di cittadinanza italiana, nato nell’agosto del 1913 e prossimo a compiere 102 anni, fu arrestato nel 1944 dopo aver prestato servizio militare nell’esercito italiano da sloveni collaborazionisti proprio nella sua città e internato per motivi politici: il suo numero venne dunque associato al triangolo rosso che nel sistema dei contrassegni nazisti indicava i prigionieri politici o molto più semplicemente, ogni oppositore al nazionalsocialismo.

Il volume è strutturato in tre parti: prima parte – la mia esperienza, seconda parte – gli altri lager nazisti, terza parte – i campi fascisti; segue l’elenco delle carceri, in Slovenia e in Italia, da cui si veniva deportati nei campi. I continui rimandi a eventi già narrati nelle sue precedenti opere (Necropolis tra tutte) permettono di collocare i fatti con grande precisione nel tempo, grazie ad un ricco ma essenziale apparato di note, che dà l’impressione di percorrere a ritroso una vicenda personale e storica insieme. Non si leggerà nel dettaglio di orrori, si prenderà atto invece dell’esistenza di campi di concentramento atipici per collocazione geografica, di intellettuali morti per un ideale, di giusti dimenticati e sconosciuti ai più, di uomini che da internati riuscirono a sabotare il volo di morte e distruzione dei V2 che erano costretti a creare in gallerie scavate nel sottosuolo, di trasporti forzati da un campo all’altro, di ultimi e precipitosi sfollamenti finiti in tragedie immani.

Questo saggio nasce da una sorta di risentimento verso una Memoria parziale, quella degli ultimi tempi che ricorda ma ripercorre sempre gli stessi sentieri omettendo una parte di storia meno conosciuta ma altrettanto dolorosa.

Nel cuore della parola memoria si nasconde il verbo pensare: dunque invitandoci a preservare la memoria Pahor non fa altro che invitarci a pensare criticamente la realtà, il tempo e noi stessi affinché si possa costruire “l’avvenire d’un mondo più umano/ più giusto, più libero e lieto” (Calvino, Oltre il ponte)

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