La sposa di Mauro Covacich

di Silvia D’Egidio

Ciryl Connoly diceva che ci sono due modi per essere un buono scrittore “accettare la vita nella sua interezza oppure rifiutarsi in ogni momento di perdere di vista il suo orrore.” Se le cose stanno così allora Mauro Covacich è un grandissimo scrittore. Dopo solo un anno dall’ultimo libro (L’esperimento, Einaudi 2013), Covacich conquista pubblico e critica con La sposa, una raccolta di diciassette racconti che gli vale il secondo posto al Premio Strega.

La raccolta nasce dall’idea di combinare materiali disomogenei (storie immaginate, frammenti autobiografici e fatti di cronaca nera) e armonizzarli mediante uno sguardo e una voce unificante, quella del narratore. Il risultato è una fiumana di pensieri, emozioni, immagini legate al presente raccontate dalla voce narrante, guida del lettore, in un percorso che ha come sfondo il paesaggio urbano. L’intenzione è quella di mostrare ciò che sta dietro la pagina scritta, la fucina, il luogo dove tutto ha origine, dove praticamente ci si sporca le mani, quasi a voler dire: “ecco lettore, è così che funziona!”.

In questo mettere in scena la realtà la scrittura si fa unico strumento possibile per sondare gli spazi interni ed esterni, per conoscere e comprendere la vita nella sua vertiginosa mutevolezza.

Ogni racconto porta in se un ricordo di quello precedente, un richiamo, anche solo un accenno alla storia scritta qualche pagina prima; a legare una storia all’altra però non sono solo questi richiami ma un codice genetico, un filo rosso che unisce tutti: il senso di precarietà e di incompiutezza.

A cominciare dal primo dei racconti che dà il nome alla raccolta, il viaggio incompiuto di Pippa Bacca, la performer che girava per l’Europa vestita da sposa, stuprata ed uccisa nei pressi di Istanbul; oppure la storia di Angela Del Fabbro e le bombe nei supermercati; la precarietà dottor Furian disteso su un tavolo operatorio in attesa di una seconda possibilità di vita; il tema della maternità e della paternità come apparenti atti di amore e anche il tema della sterilità come scelta, di cui lo scrittore parla nel racconto omonimo.

È la precarietà esistenziale che Covacich mette in scena, l’incompiutezza di vite che rimangono sull’orlo e non si spingono oltre, che vedono la solitudine come unica soluzione possibile, che si lasciano vivere e peggio ancora, che non pensano più. Ad accogliere i personaggi con i loro drammi ci sono le città che non risultano mai semplici contenitori delle azioni ma sono ulteriori personaggi in scena, parte in causa della narrazione.

Attraverso una scrittura rapida e sicura, ariosa e incalzante Covacich dispiega una trama ricca di significati, che non si mantiene mai sulla superfice ma è sempre scandaglio della realtà. E così si va avanti, velocissimi fino all’ultima riga, all’ultima parola, all’ultima pagina, per poi ripercorrere mentalmente la storia e ritrovarsi con Angela nel centro sociale, persi in un insolito safari, durante un intervento a cuore aperto o con un bambino che scopre la città, risaliamo la china momento dopo momento fino al primo di tutti gli incontri quello con Pippa Bacca, la sposa.

La sposa è un libro intenso in cui si intreccia finzione e realtà, cronaca e vita privata, in un abile gioco di rimandi che non è mai vuoto richiamo ma sempre pretesto per portare il pensiero più in là. Se “l’arte è semplicemente la missione per la quale si è deciso di prendere i voti”, come dice il nostro autore ad un certo punto del racconto, allora Covacich ha decisamente preso quelli della scrittura: con la sapienza di un artigiano ci regala delle pagine memorabili, riuscendo, con una prosa rotonda a mettere in scena la vita vera che pulsa “sotto la superficie liquida della storia”.

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