Antonio Ligabue

di Silvia D’Egidio

Osservare l’opera di Antonio Ligabue vuol dire immergersi nei colori densi di una giungla feroce, essere proiettati alle origini dell’esistenza, in un mondo primitivo e meraviglioso. In definitiva vuol dire essere al cospetto di un artista che ha avuto il dono di far coesistere, con la medesima intensità, lo stupore di chi getta lo sguardo sul mondo per la prima volta e la violenza che quel mondo genera.

Promossa dalla Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri, curata da Sandro Parmiggiani, direttore della Fondazione e da Sergio Negri, presidente del comitato scientifico, con l’organizzazione generale di Arthemisia Group, la mostra sarà esposta al Complesso del Vittoriano dall’11 novembre 2016 al 8 gennaio 2017.

Dai toni lievi dei primi anni, alle violente deflagrazioni cromatiche del secondo periodo, per giungere all’apice della sua espressività, la mostra si articola in tre sezioni, un viaggio nel colore e nella disperazione, nella rabbia e nell’energia vitale che l’artista inchioda sulla tela, incide sulla carta, imprime nell’argilla.

Uomo tormentato e solitario, Ligabue si trasferisce da Zurigo a Gualtieri, paese immerso nelle nebbie della bassa, dove condurrà una vita di stenti, intervallata dai ricoveri in manicomio e qualche raro momento felice. Nell’arte trova il suo riscatto: trasforma il cupo presente in una sgargiante visione onirica, la melanconica piattezza della bassa in una giungla dai colori carnosi e sé stesso in una bestia dalle fauci spalancate. Sono opere primordiali, dai tratti nervosi e netti, che si materializzano sulla tela come laceranti ferite dalle quali sgorga non sangue bensì colore. È in questo gesto violento di creazione dell’opera si materializza la rabbia di un artista ignorato, di uomo tormentato, di figlio abbandonato.

La stessa foga si ritrova nei disegni: i tratti sono instabili, ripetuti, interrotti e poi ripresi in un gesto che esprime tutta la necessità dell’artista di trasformare in linee l’idea che lo aveva folgorato. Anche qui come nelle tele il tema dominante è la bestia. L’artista di Gualtieri individua nel mondo animale ciò che non gli viene o che non riconosce nel mondo umano: ritrae sé stesso come una bestia feroce nell’atto di azzannare la sua preda, in una lotta convulsa verso la sopravvivenza.

L’animale è il soggetto privilegiato anche della sua produzione scultorea. Ligabue plasma la terra inerte del Po che assume le sembianze di gorilla, capra, leone, cavallo. L’artista lavora per sottrazione: eliminando il materiale in eccesso libera l’animale dal blocco di argilla che lo imprigiona e al contempo libera se stesso dalle spoglie umane per rinascere nelle sue vere sembianze di bestia.

La sua immedesimazione con l’animale dominante è totale ed è lì, in quel momento che raggiunge il pieno dominio di sé e della realtà: quella stessa realtà che nella vita gli si nega è nell’opera d’arte sotto il suo assoluto controllo. Non a caso tutto il percorso artistico di Ligabue è improntato alla imposizione di sé, alla formalizzazione di qualcosa che non sia la semplice traccia di un passaggio. Esempio evidentissimo di questa sua necessità di imporsi sul reale sono gli autoritratti. L’immagine dipinta è sempre la stessa: non mutano posture o sguardi, non c’è mai uno studio psicologico ma solo la violenta e ossessiva imposizione di sé.  Le linee rette dure e spesse, le pennellate di colore scagliate quasi come un colpo sulla tela, raffigurano ancora meglio la natura bestiale dell’artista. Tuttavia a differenza della produzione precedente non si percepisce più quel assoluto controllo sulla realtà, il suo sguardo cambia ed è quello di una “bestia braccata” consapevole di non aver più possibili vie d’uscita.

Pubblicata sul quotidiano La Città della provincia di Teramo il 02/12/2016

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