Hopper – Il canto silenzioso della realtà

di Silvia D’Egidio

Secondo Nietzche “L’arte nasce dall’unione di due elementi: un grande realismo e una grande irrealtà”. Mai definizione fu più calzante per uno dei pochi artisti capace di ritrarre la modernità pur rimanendo nel figurativo: Edward Hopper.

60 tra i dipinti più celebri del pittore americano, realizzati tra il 1920 e il 1960, saranno esposti al Complesso del Vittoriano fino al 12 febbraio 2017. La mostra, curata da Barbara Haskell del Whitney Museum of American Art, in collaborazione con Luca Beatrice, è stata organizzata e prodotta da Arthemisia group, l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano e l’Assessorato alla Crescita culturale e con il patyrocinio della Regione Lazio.

Considerato il poeta della solitudine, Hopper è stato capace di rappresentare la condizione umana restituendoci una visione della vita sfuggente e frammentaria. Nei suoi quadri impera un senso di spaesamento legato alla consapevolezza che tutto può sempre essere sconvolto da un minuto all’altro ed è in quell’attimo in cui si rimane sospesi che si nasconde la suspance. Nei suoi quadri ritroviamo grandi distese polverose, il sole dell’est, notti buie illuminate, la solitudine da bar, un’america non letteraria e vagamente fuori moda. Non grattacieli e fabbriche dunque ma ferrovie case coloniche, oggetti comuni, scenari familiari nei quali le figure sono attori incosapevoli, personaggi imperturbabili, protagonisti di storie delle quali possiamo immaginare infinite evoluzioni.

Un esempio perfetto di questo modo di intendere il processo creativo è il quadro Starway nel quale Hopper propone quello che sarà uno dei temi principali nella sua opera: la solitudine degli spazi chiusi. Racconta una storia attraverso pochi elementi semplici ed immediati. Il suo è uno sguardo in soggettiva e noi siamo con lui dietro “la camera” a riprendere la scena. Sullo sfondo c’è solo una porta chiusa a suggerirci che qualcosa, dentro quella stanza, sta accadendo. Non è un caso se il regista tedesco Wim Wenders, commentando i quadri del pittore americano ha dichiarato “Quando guardo un quadro di hopper mi chiedo sempre dove abbia piazzato la cinepresa”.

Più che i soggetti o le storie, Hopper inventa un modo di guardare. Si prenda ad esempio Night Shadow. Il punto di vista è “a volo d’uccello”, tipico della pittura fiamminga. Hopper esce dalla stanza e affronta la vita nei suoi lati più oscuri e misteriosi e nel farlo non può prescindere dall’architettura: l’uomo e le struttura sono un tutt’uno. Dall’alto scorgiamo una strada, un lampione e un uomo che cammina: la figura pare prendere vita tra le ombre storte e allungate, che ricordano l’espressionismo tedesco, e la luce del lampione che disegna il percorso.

La luce è un altro elemento inconfondibile della sua opera. Ha sempre una funzione simbolica: irrompe nella scena evocando l’assenza di qualcuno o di qualcosa come in Summer interior, un quadro che trasuda emozioni, sensualità e vita. C’è una ragazza nuda al centro della scena, che immediatamente richiama alla memoria le ballerine evanescenti di Degas, autore che alimenterà sempre l’immaginario di Hopper. Il letto è sfatto e lascia supporre che qualcuno abbia da poco lasciato la stanza. La ragazza, seduta a terra accanto al letto, tocca con il piede una macchia di luce bianca che filtra dalla finestra. Pochi elementi fanno di questo quadro una perfetta rappresentazione dell’assenza, della femminilità e dell’erotismo insieme.

Le donne di Hopper sono invitanti e palesemente erotiche, cristallizzate nell’atto di compiere un gesto come in Evening wind. Un soffio di vento solleva la tenda violando l’intimità della stanza. Sul letto una giovane nuda si sporge per guardare al di là della finestra. Ancora una volta Hopper irrompe con il suo sguardo furtivo all’interno di un abitazione: non si mischia nella vita, la guarda.

Questa sorta di “erotismo a distanza”, per definirlo con le parole della scrittrice  Gail Levin, è comune ad un altro genio dello sguardo: Alfred Hitchcok. Il regista di Psycho sceglie proprio un quadro di Edward Hopper per ricreare lo scenario del motel più inquietante d’america. Hitchcock è forse l’esempio più eclatante di quanto l’opera di Hopper abbia ispirato il cinema, ma non è l’unico. Registi come Wim Wenders, David Lynch, Gustav Deutsch hanno dedicato al pittore della solitudine molto più che una citazione nei loro film, lasciandosi letteralmente conquistare dalla sua straordinaria capacità di dipingere il silenzio, la solitudine, l’assenza, in una parola la vita nella sua complessità.

Tuttavia sarebbe un errore considerare Edward Hopper esclusivamente come il pittore del reale. La sua è un’indagine che va molto più a fondo nella quale l’elemento reale è solo il punto di partenza e non il termine. È come la tenda dell’opera Evenign wind: è velo apparente che cela altro al di là. È nei dettagli che si può individuare quest’intenzione, elementi minimi, che distaccano la figura dal primo piano e quindi l’osservatore dall’immagine nel suo complesso. Ed è in questo osservare a distanza che si nasconde la chiave di volta della sua pittura: Hopper slega le immagini dalle circostanze, fende la tela del reale per rappresentare qualcosa che è al di là del tempo, “quella visione originaria che tende a corrompersi e che l’artista lotta per tener intatta”(Hopper).

Questa necessità di cogliere l’immutabile è ritratta benissimo in Gas considerato il suo capolavoro assoluto. Siamo a meta strada tra il giorno e la notte. In primo piano una pompa di benzina, ultimo avamposto dell’umanità prima dell’insondabile mistero della natura che è stagliata sullo sfondo, ritratta con pochi dettagli, indefinita e quindi impenetrabile.

La mostra si terrà al Complesso del Vittoriano, Via di San Pietro in Carcere – Roma, 1 ottobre 2016 – 12 febbraio 2017

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo il 19/11/2016

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