Eredità

di Silvia D’Egidio

Non c’è niente da fare, due settimane di supplenza all’Idroscalo di Ostia ti rimangono attaccate alla pelle.

Lo capisci subito, entrando attraverso il cancello diroccato, che non farai la solita lezione nella solita classe.

Speri in ogni caso di fare la differenza.

Due settimane sono poche (troppo poche) e lo sai, ma non ci pensi.

Dalla tua hai l’entusiasmo e la voglia di dedicarti al tuo lavoro, quello nel quale non speravi più, quello per cui sai di essere tagliata.

Inizi a tirar fuori il tuo sorriso migliore, la battuta più divertente, pensi alla strategia più accattivante per averli in pugno, ti ripeti che “in fondo è solo una prima media, “che sarà mai”.

Pensi e ripensi a questo mentre con una mano in tasca e l’altra avvinghiata alla borsa, cammini per il corridoio della scuola che risuona dei tuoi passi e ancora di più dei tuoi pensieri. Poi arrivi alla porta aperta della classe e solo allora ti rendi conto che le tue “armi spuntante” non valgono a nulla difronte a ragazzi che dalla vita sono stati appena sfiorati eppure la conoscono (purtroppo) molto meglio di te!

Accade di tutto.

C’è chi grida, chi corre, chi fa a pugni, chi lancia oggetti dalla finestra, chi sale in piedi sul banco, chi scappa dalla scuola.

Panico.

Come glielo spieghi, come fai a far capire ad una classe così che un’alternativa esiste, che i confini del mondo non sono quelli dell’idroscalo, che studiare è importante e che anche loro possono fare la differenza?

Il pensiero va subito a lui, che a due passi dalla mia scuola ha trovato la morte, e alle sue parole coraggiose, intelligenti e senza tempo:

“Voi giovani avete un unico dovere: quello di razionalizzare il senso di imbecillità che vi danno i grandi, con le loro solenni Ipocrisie, le loro decrepite e faziose Istituzioni. Purtroppo invece l’enorme maggioranza di voi finisce col capitolare, appena l’ingranaggio delle necessità economiche l’incastra, lo fa suo, l’aliena. A tutto ciò si sfugge solo attraverso una esercitazione puntigliosa e implacabile dell’intelligenza, dello spirito critico. Altro non saprei consigliare ai giovani.” Pier Paolo Pasolini

Pasolini li ha amati profondamente i suoi ragazzi di vita e a loro (e a noi) ha lasciato un’inestimabile eredità.

No, per carità, non posso spiegare Paolini in prima media, non posso far capire loro quanto sia importante coltivare l’intelligenza, c’è il programma istituzionale da portare avanti, compiti, interrogazioni, voti. In fondo a chi importa che questi ragazzi (che tutti i ragazzi) imparino a collaborare, a sviluppare uno spirito critico, a comprendere la realtà che li circonda, a diventare uomini e donne. Di certo non alla (buona) scuola.

A me sì.

In queste due settimane mi sono dedicata anima e corpo ai miei ‘ragazzi di vita’ e senza alcuna esitazione posso affermare che questa è stata l’esperienza scolastica più barbara, estrema, creativa, folle e bella della mia vita.

Ostia, 2 novembre 2016

 

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