Libero chi legge – Il Bibliomotocarro del maestro Antonio La Cava

di Silvia D’Egidio

Era il 1952 quando lo scrittore toscano Luciano Bianciardi, con il collega e amico Carlo Cassola, davano inizio ad un’attività mai sentita prima: il Bibliobus, un furgone adibito a biblioteca ambulante che portava in giro per le campagne i libri. Nelle intenzioni di Bianciardi una biblioteca era davvero moderna quando non ostacolava il lettore ma al contrario gli andava incontro, invitandolo alla lettura, presentandogli il libro aperto. L’intuizione era geniale: colmare la distanza tra persone e lettura portando i libri dove non sarebbero mai arrivati, facendosi quindi il tramite per la conoscenza di nuovi immaginifici mondi.

Sessantadue anni dopo mi accorgo che in Basilicata, e più precisamente a Ferrandina, un maestro elementare sta facendo la stessa cosa: Antonio La Cava, classe ’45, passa da un paesino all’altro con il suo Bibliomotocarro diffondendo la cultura del libro e della lettura sempre persuaso che bisogna tenere alla lettura come alla libertà.

 Mi dica maestro La Cava, cos’è un Bibliomotocarro?

Tecnicamente è un furgone che porta in giro libri ma definirlo solo in questi termini è riduttivo. Il Bibliomotocarro è un’attività che nasce dal mio rifiuto di vivere in un mondo di non lettori, dalla ferma convinzione che a nessun bambino vada negato il diritto di avere tra le mani il libro che desidera e dalla volontà di far riscoprire la lettura come piacere.

Un’idea rivoluzionaria considerato lo status della lettura in Italia

Esattamente. Il Bibliomotocarro, infatti, è a dimensione di bambini, li mette a loro agio, li avvicina ai libri così tanto che si viene a creare, tra libri e bambini, familiarità, dimestichezza, amicizia. Purtroppo in Italia si legge poco e in Basilicata ancora meno. Le ragioni hanno però un comune denominatore: la lontananza del libro. Con il Bibliomotocarro ho voluto ridurre il più possibile questa distanza.

Quando ha deciso di mettere le ruote ai libri?

Nel 1999. Volevo richiamare l’attenzione su una disaffezione crescente nei confronti della lettura. Più che dare una soluzione l’intenzione era quella di lanciare un grido d’allarme: “veramente pensiamo di poter fare a meno del libro?”

Come fu accolto allora il progetto?

Quando iniziai, sedici anni fa, fui accolto con scetticismo e stupore. La tecnologia era ormai a portata di tutti o quasi, era assurdo pensare di tornare al cartaceo quando con un click si poteva ottenere ogni cosa. I primi anni li trascorsi nell’indifferenza e nella solitudine delle istituzioni e della società. Mi confortava solo l’entusiasmo con cui venivo accolto dai bambini nelle scuole.

Oltre ventimila i volumi dati in prestito in cinquanta e più, centri lucani. Dunque non stiamo parlando del passatempo di un maestro in pensione.

Assolutamente no. Sono andato in pensione 5 anni fa ma l’attività va avanti da 16 anni, un tempo lungo nel quale ho potuto coltivare e nutrire quello che più che un progetto era un sogno. È stata un’attività gioita ma anche sofferta. In sedici anni ho percorso oltre 100.000 km, facendo trasferte di 250 km al giorno, ho acquistato qualcosa come 7 mila volumi e tutto a mie spese. Come vede non è stato il passatempo di un pensionato annoiato.

Lei è stato ospitato in molte trasmissioni italiane ed internazionali. La notorietà ha cambiato le cose?

Non come avrei voluto. Cartesio diceva “cogito ergo sum” potremo declinare questo pensiero al presente e dire “appaio ergo sum”. Oggi esisti nella misura in cui appari in televisione. Oltre quei 5 minuti di celebrità non c’è più nulla. Sicuramente dopo il servizio realizzato da Ballarò la notorietà del Bibliomotocarro è aumentata ma alla fine tutta questa storia è passata come una bella favola contemporanea, qualcosa che esiste e che non esiste e non un progetto concreto e sofferto.

Perché secondo lei non si legge più oggi?

La prima responsabilità è della scuola che non fa amare la lettura ai bambini. Noi impariamo a leggere e quindi a scrivere ma questo apprendimento costa fatica. Non viene insegnato attraverso un metodo piacevole. La letture è vista quindi come obbligo e costrizione e questo naturalmente allontana dai libri.

E la famiglia che ruolo ha?

Fondamentale direi, come pure le istituzioni. Parto dal presupposto che nessuno nasce con il destino di essere lettore o non lettore. Lettore si diventa. Manca da parte di questi due nuclei un’educazione alla lettura. I paesi europei hanno investito su questo aspetto. Noi non ci crediamo, questo è il problema.

Lei ricorda molto la figura del maestro di strada. È convinto che l’apprendimento passi anche per l’esperienza?

Sono stato un maestro sui generis, lo devo ammettere. Ho tentato di far vedere e toccare con mano ai miei alunni quello che dovevo insegnare loro.  Credevo molto nella scuola viaggiante, nell’uso didattico del territorio, in una scuola fatta di esperienza, gioiosa e giocosa. E per farlo mi sono affidato ai loro occhi e ai loro sguardi, la guida migliore.

Che consiglio darebbe agli insegnanti di oggi

Quello che consiglio ai giovani insegnanti è proprio questo: trovare le guide didattiche negli sguardi dei propri alunni. Bisogna studiare ed essere preparati sì, ma prima ancora bisogna amare i ragazzi ed il proprio mestiere.

Propositi per il futuro?

Sto per dare inizio ad un altro progetto che porterà in giro libri per bambini da 0 a 5 anni. Sì ho detto proprio ‘zero’ anni. Vorrei tentare di coinvolgere le mamme e i papà, una sorta di corso di educazione alla lettura per i genitori. Forse non tutti sanno che leggere ad un bambino di sei mesi da dei risultati straordinari.

Un ultima curiosità: lei come ha scoperto la lettura?

Il mio amore per il libro nasce nelle sere buie della mia adolescenza, quando, spenta l’unica lampadina della casa ero costretto a leggere a lume di candela. Ancora ricordo il conforto che mi dava quel calore, quella luce fioca. Quella candela è rimasta accesa in me e continua ad illuminare questa passione.

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