Canzoni della Cupa di Vinicio Capossela

di Silvia D’Egidio

I linguaggi della terra, che forniscono le coordinate invisibili dei nostri percorsi, raggiungono il livello più alto nell’espressione musicale. La musica contribuisce alla formazione dei diversi sentieri culturali lungo cui ci spostiamo. Ascoltata in questa maniera, essa suona come patrimonio del nostro sapere e della nostra memoria. Ha questa forza (che non sarebbe sbagliato definire ctonia) l’ultimo lavoro di Vinicio Capossela, Canzoni della Cupa, un album che il cantautore ha immaginato, nutrito e custodito per 13 anni e che ora presenta a noi.

A vederlo questo album ha tutta l’aria del cavaliere errante: con la sua armatura di carta e la tempra di chi ha vagabondato a lungo per altre vie, riempiendosi il cuore e la pancia di canti e di storie, ormai pronto a varcare la soglia di questo mondo.

Sono due le anime che gli danno vita, due dischi speculari, Polvere e Ombra, che racchiudono in 28 brani un mondo antico e mitico, che vibra al suono del cymbalon, della vihuela, del cubba cubba, dell’accordion, che porta il ritmo arido del blues e il colore delle ballate trobadoriche. Un’impresa che vede la collaborazione di musicisti straordinari come Howe Gelb e i Calexico, Antonio Infatino e La Banda della Posta, Albert Mihai, Enza Pagliara, Giovanna Marini, Labis Xilouris, David Hidalgo dei Los Lobos, Flaco Jimenez e Victor Herrero.

Siamo in America e in Sardegna, siamo in Puglia, e in Messico, siamo in Francia, siamo nel medioevo e agli albori della modernità. Siamo in ogni luogo e in ogni tempo perché Canzoni della Cupa sono un canto universale, nel quale possiamo riconoscerci, noi che ci vantiamo di essere cittadini del mondo ma che in verità non apparteniamo più a nulla.

Traccia dopo traccia, la memoria si aggrappa alla visione mentre segue l’ascolto e ci trasporta su una cartografia di suoni, attraverso un paesaggio dove il tempo sfugge dalla costrizione del concetto. Perché il tempo della memoria è reversibile e permette il ritorno ad altri tempi: quello ancestrale, quello folclorico (attenzione: non folcloristico!), quello mitico, argomenti questi che Capossela maneggia con cura e rispetto. Non siamo nella provincia a misura di turista: abbiamo il privilegio di navigare in un mondo legato alla terra e alla sua epidermica fertilità ma anche a ciò che è celato nel profondo, ciò che è legato ai misteri che si perdono nelle sue viscere.

Il viaggio inizia nella Polvere. Il primo dei due dischi, che Capossela registra a partire dal 2003, è quello che racconta la fatica e la sopraffazione, il desiderio e la carnalità. È un disco legato alla terra e quindi profondamente femminile. D’altra parte la figura femminile gioca un ruolo chiave nella comunità rurale: a essa è associato tutto quello che ha a che fare con il ciclo della vita, della fertilità, della nascita, del nutrimento e della morte (le divinità di questi mondi sono sempre divinità femminili). E così incontriamo femmine mature e rigogliose, “femminini splendenti” con i fianchi rotondi come la luna, femmine terribili e mansuete. Sono le tabacchine, del brano Femmine, che apre il disco, chine sotto un sole “che non dà conforto né riparo”; sono “regine del desiderio” come Franceschina la Calitrana, tenere amanti come la protagonista del brano L’acqua chiara alla fontana, veneri dai prosperosi seni come Pettarossa; sono femmine pazze di dolore come Dagarola del Carpato o giovani donne piegate nella rassegnazione come la protagonista del brano Il lutto della sposa. Queste femmine sono la testimonianza umilissima e sovrana di un tempo cancellato, di una terra svuotata, sono protagoniste di “canti erranti che hanno cambiato melodia ma non il moto d’anima che li ha generati.”

Ecco che nella Polvere sollevata dai canti s’intravede una presenza, quella di colui che ha provato a salvare queste storie, il cantore errante che in questa “missione si è frecato la vita”, Matteo Salvatore. Capossela inserisce nell’album brani riadattati del cantautore di Apricena come Il lamento dei mendicanti, Rapatatumpa, Lu forastiero, Nachecici, rendendo così omaggio a colui che più di tutti ha saputo raccontare gli sfruttati, gli emarginati, la religiosa superstizione, la sapienza dei proverbi popolari, l’altra faccia di una terra depredata e lasciata “nuda, discinta, svestita”.

La notte è bella da soli di Matteo Salvatore chiude questa cavalcata iniziale nelle terre riarse dal sole. Già in questo brano è percepibile un cambiamento. Il paesaggio inizia a trasformarsi nei suoni come nei colori. Tra le vie non più assolate di un paese abbandonato, sentiamo in lontananza il lamento del lupo mannaro. Stiamo per entrare nella circonferenza imperfetta delle Ombre, il posto degli amori segreti, un luogo popolato da occhi ferini nascosti tra i rovi, la dimora del divino e dell’animale.

In Ombra, la seconda anima che va a comporre Canzoni della Cupa, Capossela rimette in gioco il rapporto con l’incommensurabile ricomponendo i frammenti di quel canto primordiale fatto dei linguaggi della terra e dei linguaggi del mito. Siamo lontani anni luce dalla accecante modernità. Capossela ci conduce nell’ingens sylva, luogo in cui è impossibile cristallizzare l’immaginazione: questa che è madre della meraviglia, ristabilisce il suo naturale dominio e così, nell’Ombra, torniamo finalmente a vedere.

A vedere le invisibili corrispondenze tra le cose, a ristabilire un contatto con l’animale che ci portiamo dentro, la bestia che “può sempre divorarci o leccarci la mano”. Abitano “al mondo della Verità” queste creature, le incontriamo lungo il sentiero della Cupa, da cui prendono il nome, “ti guardan la notte da dentro un pertuso ma non le puoi vedere né toccare, ma loro vedono e toccano te…”. Sono l’unico punto di contatto con ciò che sta all’origine della storia dell’uomo. Ecco perché è fondamentale dargli un nome: “se hai un demone dagli un nome, non scappare, non lo rinnegare” recita il testo del brano Il Pumminale, il mannaro versopelo che al richiamo della luna si trasforma in porco maiale.

Riconoscere questo vuol dire dilatare i confini del mondo che abitiamo, uscire fuori da questa narrazione moderna che ci inquadra solamente nel consumo per riscoprire la gioia del ri-creo che rigenera l’uomo, la festa che fonde la vita con la morte, la ricchezza e la bellezza di luoghi sui quali si stanno spegnendo una ad una le stelle.

E non è un caso che a chiudere il disco sia Il treno, un brano commuovente, che racconta benissimo la devastazione e l’impoverimento che una parte dell’Italia sta ancora subendo. Il treno è il mezzo simbolo di quel progresso che appare grandioso nel suo risultato, se osservato da lontano, ma che rivela tutta la sua indefinibile crudeltà se visto a poca distanza. “Il treno è arrivato una mattina come un uccello dalla collina, sui binari ha aperto le ali e dentro il petto se li è portati”, recita il testo della canzone. In molti hanno dovuto scegliere se andar via o rimanere, se cambiare con la storia o farsi travolgere da essa. Una scelta che ha un prezzo altissimo perché oltrepassare la ‘linea mentale’ che separa la cultura dei padri dalla nuova vuol dire inevitabilmente rinunciare ad una parte di sé, morire un po’. Questo comporta un irrimediabile frattura tra chi se ne va e chi resta: “e se la vita mi viene addosso con questo treno così la pena così com’ero, restar non posso”.

Scriveva Henry Miller nel Tropico del Cancro: “Appartengo non agli uomini e ai governi. Non ho nulla a che fare con la cigolante macchina dell’umanità – io appartengo alla terra!”. E questo vale anche per lui: è lì, nella polvere e nell’ombra che la terra genera, in quel mondo rurale e mitico, fatto di canti e di bestie, di femmine e di desiderio, che la Storia di Vinicio Capossela ha avuto inizio.

Canzoni della Cupa è un’opera epica, con la quale Capossela ci trascina oltre la tirannia del tempo permettendoci di ristabilire la nostra dimora nella Storia e nel farlo restituisce a noi, rendenti rovinosamente dalla modernità, ciò che di più prezioso abbiamo perso: la meraviglia, quel “supremo colpo d’occhio dell’infanzia”, che da lontano ci permette di cogliere, per un attimo, la verità del tutto.

Pubblicato sul quotidiano della provincia di Teramo, La Città, il 12/07/2016

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