Song of the sea

di Silvia D’Egidio

Raramente si ha il piacere di vedere un film d’animazione tanto poetico ed emozionante. Abituati come siamo ai goffi e gommosi personaggi 3D delle varie Pixar e Disney abbiamo perso il gusto per il disegno fatto a mano, per il tratto raffinato e paziente, per i colori liquidi e leggeri che andavano a dare vita ai piccoli mondi favolosi.

Per fortuna c’è lui, Tomm Moore, che torna a riempire i nostri occhi di meraviglia con il suo nuovo film d’animazione La canzone del mare, candidato agli oscar 2015, nelle sale da giovedì 23 giugno. Il regista e sceneggiatore irlandese abbandona la finzione brutale dei nuovi film d’animazione e ci riporta con la sua storia mitica (è proprio il caso di dirlo) ai vecchi cartoni animati in cui c’era tutta la leggerezza del sogno.

Nella tradizione popolare celtica esistono foche in grado di trasformarsi in esseri umani. Queste creature sono chiamate Selkie.  Una di queste, Bronach (doppiata da Lisa Hannigan), sposa un essere umano, da cui ha due bambini, Ben (David Rawle) e Saoirse (Lucy O’Connell). Purtroppo Bronach muore dando alla luce Saoirse ma prima di morire chiede al primogenito Ben di vegliare sulla sorellina. Inizia così per il piccolo e coraggioso protagonista un viaggio alla scoperta di un mondo del quale non credeva possibile l’esistenza. In questo intrecciarsi continuo di mito e realtà, incontriamo il gigante Mac Lir privato dalla madre, il gufo/strega Macha, della capacità di provare sentimenti per non vederlo più soffrire; la nonna di Ben e Saoirse, che agisce allo stesso modo con il padre dei piccoli protagonisti; il Grande Seanachai, il vecchio dalla barba lunga e bianca che ha da offrire una storia per ogni suo capello. Siamo nel regno del mito e Ben, alla stregua di tanti illustri predecessori, senza dubbio ne è l’eroe.

A ben vedere siamo tutti un po’ come il piccolo protagonista di questo capolavoro di colori e di carta: presi dall’esattezza del nostro mondo funzionale e moderno abbiamo perso il rispetto per il sacro, il gusto per le storie antiche, la capacità di meravigliarci. I bambini di oggi non sono più capaci di vivere il lutto, la paura, il dolore. Una volta erano le fiabe e favole ad elaborare queste emozioni, contribuivano allo sviluppo delle capacità del bambino di comprendere e quindi vivere la realtà, di costruire un mondo interiore, di confrontarsi con i propri mostri. Ora tutto questo non accade più. Eppure è lì che si nasconde la chiave di volta per crescere e farsi adulti: queste storie antiche che si perdono nel mito, veicolano saggezza e verità imprescindibili, sulle quali si fonda l’intera società e senza le quali saremmo certamente perduti.

Che sia un ritorno ad un modo diverso di intendere la creatività? Più poetico, più autentico, più saggio? Chi può dirlo. Di sicuro a Tomm Moore va (l’enorme) merito di aver saputo disegnare un cartone animato bello come pochi, in cui il mito si confronta con la realtà fino a sovrapporsi ad essa, che ci invita a coltivare il rispetto per il sacro, lo stupore, la meraviglia, gli ultimi modi possibili per “tradurre la nostra vita in una vita universale”.

Pubblicato sul quotidiano della provincia di Teramo, La Città, il 25/06/2016

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