In nome di mia figlia

di Silvia D’Egidio

Germania 1982. Kalinka (Emma Besson) ha 14 anni quando viene avvelenata, stuprata e uccisa. Il padre Andrè Bamberski (Daniel Auteuil) non si rassegna all’idea di aver perso la sua bambina e ancor meno si rassegna all’idea che l’omicidio sia opera di un maniaco. Andrè è convinto che ad uccidere sua figlia sia stato Dieter Krombach (Sebastian Koch), il compagno della ex moglie, in casa con lei al momento della morte. Una sommaria autopsia e circostanze troppo particolari fanno concentrare gli indizi su Krombach ma presto ogni accusa cade e il medico viene considerato innocente. Dalla giustizia tedesca sì, ma non da Andrè che da inizio ad una vera e propria caccia all’uomo mettendo in atto ogni possibile strategia (compresa quella del rapimento) per far estradare Krombach e consegnarlo alla giustizia Francese. Quello che era una vicenda di cronaca nera locale si trasforma in una questione internazionale e passa alla storia come “Il caso Krombach”.

Sarebbe bello se questa storia fosse solo la trama di un film ma purtroppo non è così. Kalinka Bamberski è stata davvero assassinata nel 1982 e Andrè Bamberski, suo padre, ossessionato dalla verità, ha dedicato la vita alla ricerca dell’assassino della figlia.

Il regista francese Vincent Garenq, ispirandosi al libro Affinché ti sia fatta giustizia scritto da Bamberski, torna alla regia e dirige un film doloroso e composto, In nome di mia figlia, nelle sale da giovedì 9 giugno.

L’argomento è tra i più difficili da affrontare. Malgrado questo il regista francese si dimostra all’altezza del tema scelto e riesce a raccontare il dolore indicibile di una morte, con un film potente, che non scade mai nell’ovvio sentimentalismo e al contempo non si limita ad essere una cronaca fredda e impersonale dei fatti.

Garenq ha dato voce a storie diverse senza mai far prevalere l’una sull’altra. I filoni narrativi scorrono paralleli (il caso di cronaca nera, il coinvolgimento politico di due stati, il dolore di un padre per la perdita della sua bambina), sono voci autonome che si rincorrono senza mai confondersi e che hanno la loro origine nel cuore della vicenda: la morte di Kalinka. Ed è nel suo nome che Andrè Bamberski cerca giustizia, quella giustizia che non è mai arrivata dallo stato tedesco e che tenta di ottenere nel suo paese con ogni mezzo, anche ricorrendo al rapimento di Krombach.

È una figura complessa quella di Bamberski un uomo granitico, dalla volontà indistruttibile e dall’animo lieve, che fa della propria esistenza una trincea dalla quale combattere il dolore per l’assenza della figlia (infondo cos’è l’assenza se non un assedio?)

Nei panni di questo padre dilaniato dalla sofferenza eppure lucidissimo, troviamo un attore straordinario, Daniel Auteuil, che conferma (ma non ce ne era bisogno) la sua assoluta bravura nell’interpretare ruoli tanto difficili. Non è da meno il suo antagonista, il tedesco Sebastian Koch, a cui è affidato un ruolo altrettanto importante, quello di Krombach, il patrigno accusato dell’omicidio della ragazza: entrambi vivono una dimensione recitativa composta e dolente, che nasconde nella sobrietà la sua vera forza.

In nome di mia figlia è un film che fa appello all’intelligenza e al cuore del pubblico, che dimostra che esiste un modo autentico e più intimo di raccontare il dolore e che, in definitiva, conferma l’incredibile capacità del regista francese di raccontare la vita vera “che scorre sotto la superficie liquida della storia”.

Pubblicato sul quotidiano della provincia di Teramo, La Città, l’11/06/2016

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