Nostalgia della luce – Il capolavoro di Patricio Guzmàn

di Silvia D’Egidio

Ci sono persone che hanno la sensibilità di riconoscere i legami segreti tra le cose, l’intelligenza di interpretarli e il dono di saperli narrare con eleganza e poesia. Sono pochi, pochissimi eletti e Patricio Guzmàn è senza dubbio uno di questi.

Rinchiuso nello Stadio Nazionale di Santiago, l’11 settembre del 1973, il giorno del Golpe che ha portato al potere il generale Augusto Pinochet, il regista cileno ha fatto della memoria la sua arma contro la disumanità di un dittatore che i limiti non li aveva solo oltrepassati, ma letteralmente cancellati.  All’indomani del colpo di stato, oltre 100.000 persone furono arrestate, migliaia furono torturate e fatte scomparire (i tristemente noti desaparecidos), in alcuni casi negli innumerevoli campi di prigionia allestiti nel deserto o lanciati dagli aerei nell’oceano Pacifico, ancora vivi.

Dopo Chile – La memoria obstinada e Salvador Allende, Guzmàn torna a raccontare la storia del suo paese con Nostalgia della luce (2010), un documentario intenso e suggestivo, fatto di corrispondenza tra realtà solo all’apparenza distanti, che invece nascondono legami profondi.

Nel deserto di Atacama, in Cile, sorgono imponenti osservatori astronomici, bianche cattedrali del tempo, che attraverso l’osservazione delle stelle ripercorrono al contrario la storia dell’umanità, per svelarne l’origine. In quella desolata macchia di terra si muovono operosi gli archeologi, alla ricerca di un passato meno lontano di quello celeste, quello delle civiltà primitive, le cui tracce sono scolpite su massi e su pareti rocciose. Nello stesso luogo, confusi con i sassi, ci sono i resti di migliaia di prigionieri politici, torturati e massacrati da quell’assassino che fu il generale Augusto Pinochet. Da oltre ventotto anni ormai, su quella piana desolata, le mogli e le sorelle dei prigionieri percorrono i fiumi di pietra del deserto, scavano con le mani nella terra dura per riportare alla luce frammenti di ossa che possano ricomporre i corpi dei propri amati. Sono le donne di Calama, guerriere silenziose e ostinate, che hanno fatto della ricerca della verità l’unica vita possibile.

Guzmàn ci conduce in una terra in cui coabitano da sempre pietà e odio, bellezza e violenza, dove ogni cosa rimane intatta, un posto di confine tra quello che è e quello che è stato, un libro della memoria che nasconde, nel cielo come nella pietra, la verità.

In questo luogo condannato si muovono i personaggi del racconto. Ognuno di essi compie un percorso diverso ma tutti agiscono in un unico tempo, il passato: gli astronomi osservano la luce delle stelle, una luce di milioni di anni fa; gli archeologi scavano la terra alla ricerca di testimonianze di un’umanità antica; le donne di Calama cercano i loro uomini uccisi e fatti scomparire ai tempi della dittatura, un tempo nel quale l’intera nazione è ancora bloccata. I cileni studiano il passato delle cielo, il passato della terra ma non sono disposti ad affrontare il passato più recente, quello che li ha visti vittime e carnefici di indicibili atrocità. Vittime come il signor Miguel, architetto e prigioniero politico, detenuto in una delle ottocento prigioni allestite nel deserto di Atacama: di notte misurava in passi gli spazi della propria cella, arrivando a ricostruire nella sua mente ogni angolo di quel campo di sterminio, preservando ad ogni costo la memoria di quell’orrore.

Allora è evidente il profondo legame che unisce le donne di Calama agli astronomi e agli archeologi: tutti coltivano la speranza di sottrarre la verità al buio dell’ignoto per restituirla alla luce, intimamente persuasi che le radici dell’umanità siano non nelle terra, ma in cielo.

Con incredibile leggerezza e precisione, con movimenti di camera lentissimi che alternano il dolore della violenza alla bellezza dell’universo, Guzmàn ci fa volteggiare ed innamorare del cielo cileno e ci insegna a custodire la memoria perché solo quelli che la preservano saranno capaci di “vivere nella fragilità tempo presente”, il resto non avrà possibilità di sopravvivenza, sarà condannato a rimanere chiuso “nel suo angolo buio, non sarà mai fatto per capire il suo tempo, e il suo tempo non saprà che farsene di lui”. (Goethe)

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