Intervista allo storico Sandro Galantini

di Silvia D’Egidio

Sandro Galantini torna sulla scena letteraria con un libro di fondamentale importanza storica, IL CATASTO ONCIARIO DI BELLANTE, 1754, edito da Ricerche & Redazioni, un opera interessante e puntuale nella quale si ripercorre la vicenda storica ed umana della cittadina teramana nel ‘700. Un testo avvincente e ricco di sorprese quello scritto da Sandro Galantini, in collaborazione con il ricercatore Silvio Di Eleonora, nel quale si scoprirà ad esempio come Bellante detenesse per oltre un secolo, il primato nella produzione del miele. Con l’abilità di un mosaicista e l’estro di un pittore, Galantini ricompone l’immagine ricca e variopinta di quel ‘piccolo mondo antico’ che fu la Bellante del ‘700.

Com’è nata l’idea di questo libro?

C’era già, sebbene in nuce, dagli anni ’80, stagione assai feconda nella quale, grazie al mai troppo compianto Carino Gambacorta, la TERCAS pubblicò, con scelta assai intelligente e opportuna, una serie di catasti onciari: da quello di Poggio Morello, uscito nel 1980 a cura dell’amico Antonio Iampieri, a quello di Morro d’Oro, uscito pure nel 1980 per la cura di Mario Martella, al Catasto di Bacucco, oggi Arsita, curato nel 1982 da un altro amico, Gabriele Di Cesare. Per la prima volta venni in contatto con il mondo affascinante dei catasti carolini, vere e inesauribile miniere di notizie e dati imprescindibili per comprendere pienamente, e minuziosamente, cosa accadeva nel ‘700 in ognuna delle 2 mila comunità dell’allora Regno di Napoli.

Fonti inestimabili e ricchissime alla quali però avvicinarsi con le dovute cautele.

Si, davvero una finestra aperta. A patto però di saperla aprire. Perché facile non è. Ed infatti ho affrontato il Catasto, una sfida per ogni storico, solo dopo avere affinato – diciamo così – le mie armi. Cioè a 36 anni di distanza da quel per me folgorante primo contatto del 1980.

Ha intrapreso da solo questo viaggio nel tempo?

No, nulla si sarebbe fatto senza la decisione del sindaco Mario Di Pietro, che ha compreso pienamente l’importanza del documento e la necessità di darlo alle stampe grazie anche al sostegno del B.I.M., e se non avessi avuto con me ottimi compagni di viaggio: oltre al collega Silvio Di Eleonora anche Giacinto Damiani e Barbara Marramà della casa editrice Ricerche & Redazioni di Teramo. Tutte persone splendide alle quali sono legato da rapporti di amicizia prima ancora che professionali.

Che tipo di ricerca ha compiuto per reperire il materiale necessario??

Direi, mi si passi il termine, micrografica. In altre parole ho dovuto attingere, rubando ore al sonno ed ai rari momenti liberi a mia disposizione, ad ogni documento archivistico o a stampa in grado di specificare o ricostruire aspetti collegati al quadro, di per sé già analitico, fornito dal Catasto onciario bellantese, tanto diligentemente trascritto dall’attentissimo Silvio Di Eleonora, un vero esperto che ha dimostrato di possedere risorse e capacità non comuni.

Volendo fare un paragone, il lavoro dello storico sarebbe assimilabile a quale altro percorso professionale?

È come disporre, facendo un esempio, di un affresco privo però di alcune parti. Ebbene, il mio impegno è stato quello di restituire all’affresco, ovviamente se e in quanto possibile, i suoi manchevoli e minuti frammenti. Non tutti per carità; ma certamente quelli necessari a comprendere quanto accaduto a Bellante prima, durante e dopo il 1754, anno di pubblicazione del locale Catasto onciario. E ciò allargando necessariamente lo sguardo ai territori più o meno prossimi.

Com’è stato ripercorrere la vita della Bellante del ‘700?

 L’ho detto in occasione delle presentazione, seguitissima, nella Sala consiliare del Municipio di Bellante e qui lo ribadisco: un itinerario assolutamente coinvolgente, intrigante, appassionante. Gradualmente ho iniziato a fare mio un territorio non ignoto ma, come spesso accade, poco conosciuto, magari per indolenza. Famiglie, luoghi, eventi anche remoti, emergenze architettoniche, corredi artistici, aspetti del territorio, contrade: tutto ciò che costituisce insomma la fisionomia di un luogo, e che ha contribuito a strutturarne l’identità, a mano a mano ha acquisito nitore. E ad un certo punto non vivi più il presente ma sei parte del passato, che ti avviluppa. E questo mi piace.

Un “viaggio” di questo tipo riserva sempre moltissime sorprese. A lei che sorprese le ha riservato riscoprire la Bellante del ‘700?

Più di una. Ho scoperto il primato bellantese nell’apicoltura: il locale miele era considerato nel ‘700 tra i migliori d’Abruzzo e Napoli ne faceva incetta. Ed ancora un secolo dopo quasi tutta la produzione continuava ad esportarsi sulla piazza napoletana, segno che ai partenopei dai raffinati palati quel pregiato miele abruzzese piaceva da morire. Altra cosa curiosa: l’ultimo marchese di Bellante, Andrea Matteo Acquaviva d’Aragona, principe di Caserta, era uno dei più rinomati collezionisti di fiori esotici e piante rare del ‘600. A lui si deve infatti la prima comparsa in Italia del Narciso gigliato indiano. Bellante poi era una minuta capitale della pastorizia, almeno di quella che si definisce piccola transumanza, con le pecore cioè che non andavano a svernare in Puglia. Ma tanti ancora sono gli aspetti, spessissimo sinora ignoti, venuti alla luce di quel piccolo mondo antico, per usare il titolo del noto romanzo di Antonio Fogazzaro.

 “Uno storico deve sempre partire dal presente. La storia si scrive sempre al presente. E dunque lo storico deve partire da un osservazione critica della società in cui vive”. Cosa pensa di questa affermazione dello storico Heinz-Gerhard Haupt?

Conosco di Haupt le sue posizioni, peraltro esplicitate – mi sembra nel 2011 – in una sua Lectio magistralis alla scuola estiva per giovani dottorandi di ricerca in scienze storiche. Tuttavia mi sento molto più vicino, anche per temperamento, a Giuseppe Galasso: il passato, ha detto il grande storico partenopeo, non dà ricette per l’oggi e non si può riscriverlo a piacimento. Ma studiare per conoscerlo è la strada maestra dell’aggregazione sociale.

Un ultima domanda: Luciano Canfora diceva “Cerco la verità nella storia per combattere l’infelicità”. Lei perché ha scelto questo percorso?

Perché lo storico è come il giudice: cerca gli indizi che gli raccontino la verità. Ed anche questo l’ha detto Canfora.

 Pubblicato sul quotidiano della provincia di Teramo, La Città, il 02/06/2016

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