Julieta

di Silvia D’Egidio

Julieta è una donna di mezza età. Sta per lasciare la sua vita a Madrid per seguire l’uomo che ama. È tutto pronto, le valigie sono fatte, gli scatoloni sono quasi pieni, mancano le ultime cose da sistemare quando ecco che tra una carta e l’altra si imbatte in un ricordo che come una voragine la risucchia nel suo passato. Un passato aperto come una ferita, che Julieta non può dimenticare, un passato che la tormenta e che porta il nome di Antìa, la figlia che non vede da 12 anni. Julieta è succube di un lacerante senso di colpa: vive nell’attesa di poter riabbracciare la figlia e nel dolore che questo possa non avvenire mai. Decide così di scriverle una lettera, espiare le sue colpe, ripercorrendo quel passato tormentato nel quale si nasconde il morbo e anche la sua cura.

Almodovar torna al cinema in punta di piedi con Julieta, una storia semplice e potente, che ha il retrogusto amaro della tragedia. Un film insolito, lontano dallo stile a cui il regista manchego ci aveva abituati che ha lasciato perplessi pubblico e giurati della 69 edizione del Festival del cinema di Cannes.

In realtà Almodovar c’è, ma è nascosto tra le righe del libro scritto da Alice Munro, da cui il film è tratto. Non poteva essere altrimenti: il regista rispetta l’integrità e il mistero di ogni parola della scrittrice premio Nobel e mette in scena una tragedia intima e struggente che assume le sembianze di un doloroso viaggio all’indietro, nell’infido mare dei ricordi.

Attraverso l’atto liberatorio della scrittura, Julieta ripercorre la sua storia dolorosa, fino ad arrivare al momento in cui tutto ha avuto inizio. Una scelta ardua ma necessaria per espiare quella colpa inestirpabile che la donna sente di portare dentro. Julieta è Penelope ed Ulisse allo stesso tempo: vive nell’attesa e nel dolore, naufraga da un passato difficile, esiliata in un mondo bianco e silente.

La messa in scena, al pari dei personaggi, racconta la storia: al passato, il tempo della felicità, sono affidati i colori più luminosi e sgargianti (è lì che ritroviamo infatti il gusto barocco tipico di Almodovar) al presente toni neutri e dimessi, in una perfetta corrispondenza con le emozioni della protagonista.

Con garbo e sensibilità, Almodovar torna a dipingere l’universo femminile, che esso sia barocco, colorato luminoso (e quindi vesta i panni di Julieta ragazza/ Adriana Ugarte) o che sia meno sfacciato, più pacato e più maturo (e quindi vesta il lutto di Julieta donna/ Emma Suárez). Il risultato è un film intimo che porta la cifra inconfondibile di un regista capace come pochi di raccontare il dolore indicibile e le ferite più intime dell’animo umano.

A noi rimane il privilegio di avere davanti agli occhi un poema visivo armonioso e tormentato, il cui senso è tutto racchiuso in un brano della colonna sonora, nelle parole di quella che più che una canzone è una preghiera: Si tu te vas, se va a acabar mi mundo, el mundo donde solo existes tu, no te vayas no quiero que te vayas, por que si tu te vas, en ese mismo instante, muero… muero yo (Chavela Vargas).

Pubblicato sul quotidiano della provincia di Teramo, La Città, il 29/05/2016

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