Intervista allo scrittore Giorgio Serafino

di Silvia D’Egidio

Il verbo “partire” impone una condizione di fine ed inizio: partire significa lasciare uno stato per cercarne un altro, lasciare qualcosa di sé alla ricerca di una rinnovata identità, essere capaci di “perdersi nel mezzo del nulla per riscoprire la propria anima” per dirla con Giorgi Serafino, che nel viaggio ha trovato la sua dimensione di vita. Trentaquattro anni, migliaia di chilometri percorsi in sella ad una vespa del 1978, e una fedele compagna di viaggio, la moglie Giuliana Foresi, con cui condividere la strada. L’ultima lo ha condotto alle porte dell’Oriente, in una delle terre più enigmatiche e controverse: l’India. Un viaggio psichedelico che lo ha sconvolto profondamente. Dopo L’America in vespa da Chicago a Los Angeles sulla Route 66 (Mursia editore 2011), e Paradiso di polvere, nel cuore di Thailandia, Laos e Cambogia (Mursia Editore 2013) Giorgio Serafino torna in sella alla sua vespa e scrive India e mi fissi con gli occhi di una capra, un libro che più che un diario di viaggio ha tutta l’aria di essere un “libro interiore” che ci lascia stupiti e consapevoli del fatto che “non sei tu che fai il viaggio, ma è il viaggio che fa te” (Paolo Rumiz)
India e mi fissi con gli occhi di una capra è un titolo bellissimo ed enigmatico. Perché questa scelta?
India e mi fissi con gli occhi di una capra è nato da solo mentre scrivevo il libro, non riuscirei a immaginarmene un altro. Per tutto il tempo (2 mesi) l’India mi fissava, anche nel mezzo del deserto e lo faceva così, con gli occhi di una capra, spesso vuoti, freddi, cattivi, impassibili, inespressivi. Anche il libro stesso è violento, una fuga dalla miseria umana, quasi crudele!

Mi tornano in mente le parole di Pasolini nel libro L’odore dell’India “La vita, in India, ha i caratteri dell’insopportabilità.” La domanda allora è inevitabile: perché hai scelto l’India come destino di questo viaggio?
Perché avevo bisogno di partire, e pensavo fosse il momento giusto per questo paese, poi lì era il periodo caldo e secco “il mio preferito” quindi visto che solitamente non parto per cercare nulla se non la fuga in se sono andato in India (anzi siamo andati, perché viaggio sempre insieme a mia moglie Giuliana).

Hai compiuto un percorso di “allontanamento” da un immagine preconfezionata dell’India e hai dato a quella terra l’opportunità di farsi scoprire spontaneamente o hai seguito una rotta prestabilita (magari anche dalla letteratura)?
È stato molto di più di un percorso di allontanamento dall’immagine preconfezionata, e si siamo stati tutti liberissimi di farci scoprire. Non c’è stato nulla, neanche una prima notte prestabilita e anche l’itinerario veniva deciso come sempre giorno per giorno fuori dal circuito turistico e forse è stato proprio l’errore, perchè scoprire “la mia” India non è stato per niente semplice per me.

Quali difficoltà (pratiche e non) hai incontrato lungo il cammino?
Mi sono sentito perso dall’istante in cui sono sceso dall’aereo e non perso per il caos o altro, no. Quello mi piace. Mi sono sentito perso senza un Dio, nonostante i milioni di Dei. Siamo stati sequestrati per 12 ore nel mezzo del deserto ed era solo la prima settimana di viaggio. Non ci vendevano l’acqua da bere, si accalcavano su di noi, ci pisciavano di fianco, ci cacavano di fianco e il modo di farlo era cattivo e provocatorio. Nelle bettole dove andavamo a dormire, la mattina alzavano il prezzo stabilito la sera prima e ridevano nel farlo.

Il vero viaggatore deve essere disposto a mettersi continuamente in discussione. Ecco perché non c’è nulla di peggio che un viaggio organizzato. Come dice Paolo Rumiz “il viaggio è un atto passionale, non un calcolo”. Ti trovi d’accordo o preferisci progettare il tuo percorso?
Per quanto mi riguarda non si progetta, non lo faccio mai, ma semplicemente perchè non lo so fare, non solo in viaggio ma anche nella vita in generale, non riesco a progettare nulla, se devo o voglio fare una cosa provo a farla con tutta la forza che ho, senza domande e senza pensarci, o almeno ci provo. È sempre stato così per me, è come se prendessi fuoco quando mi viene un’idea, e per spegnerlo devo solamente renderlo reale o almeno provarci altrimenti brucio e soffro.

Ti capita mai, durante il viaggio, di trovarti in posti che ti riportano all’Italia?
Si mi capita spesso, e mi piace un moltissimo. Adoro l’Italia e casa mia e quando sono lontano questi legami diventano centomila volte più forti e mi fanno stare alla grande. È capitato anche in questo viaggio, quando un ragazzo in un paese sull’Himalaja per farmi un regalo ha messo alcune canzoni di Bocelli. Questa cosa mi ha sballato, mi assale un senso di appartenenza maestoso, indescrivibile, ed è bello.

L’Oriente è un portale che schiude mondi nuovi. Che mondo è quello indiano? e cosa ti ha dato in cambio?
L’oriente è grande e penso che sia ancora un portale verso mondi nuovi. In Laos e Cambogia la spiritualità la vedevo e sentivo ogni secondo, lì la povertà è stata la cosa più ricca che abbia mai visto. L’India invece è un Oriente a sé e in cambio mi ha dato paura, panico, rabbia, tristezza, un vuoto enorme che ancora oggi cerco di colmare senza riuscirci. Però alla fine forse un ‘grazie’ glie lo devo. Dopo il viaggio ho scritto il libro, ho cercato di buttarci tutto quello che avevo dentro ma non mi è bastato, stavo ancora male e dovevo buttar via giù la scimmia che avevo attaccata sulla schiena, così ho iniziato a dipingere con gli acquarelli, e poi a scolpire e proprio con le sculture sono in vista diverse cose importanti.

La parola viaggio deriva dalla parola latina viaticum, il cibo necessario per percorrere la via. In altre parole, perché il viaggio sia tale va anche scelto ciò che alimenterà il percorso. Di cosa ti nutri nei tuoi viaggi, qual è il tuo viaticum?
Il male di vivere. È questo che mi fa dare alla fuga, una specie di tristezza infinita che mi porto dentro dalla nascita perché non riesco a comprendere tutto il male del mondo. È di questo che mi alimento durante le mie fughe. Nei viaggi attraverso cose meravigliose, come la savana in Namibia e Botswana, ma attraversa anche la miseria umana in India. Tutto questo alimenta il mio percorso e mi nutre a tal punto che fine non lo contengo più, mi devasta e mi fa scrivere e scolpire e poi riprendere ancora la strada.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...