Intervista al regista Simone Bozzelli

di Silvia D’Egidio

Una stanza blu, spazio claustrofobico e limitante, nel quale agiscono due giovani fratelli intrappolati nelle loro emozioni. È questo l’argomento che sceglie di affrontare Simone Bozzelli, giovane regista abruzzese, nel suo primo cortometraggio dal titolo Mio Fratello. Selezionato e premiato da Festival italiani e internazionali, il corto è un breve ritratto, delicato e toccante, della vita di Umberto e Stefano, due fratelli che vivono un profondo disagio. Questa discordanza è rappresentata dal regista su più livelli: attraverso i colori (il fratello maggiore ha la maglia rossa, colore in contrasto con lo sfondo blu della stanza), attraverso le parole, i silenzi e il linguaggio del corpo. La macchina da presa inchioda i personaggi nella stanza riprendendone ogni dettaglio, tentando di penetrare ogni pensiero e restituisce a noi lo spaccato di una famiglia come tante, specchio della società attuale in cui mancano punti di riferimento forti.

Con lo sguardo rivolto al cinema di Gus Van Sant e di Xavier Dolan e i piedi ben saldi a terra, Simone Bozzelli realizza il suo primo cortometraggio, con uno stile preciso e lieve, dimostrando subito di saper utilizzare il mezzo cinematografico e di saperlo utilizzare bene.

Da Silvi alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Com’è nata la sua passione per il cinema e quindi per la regia?

La mia passione per le immagini in movimento nasce nella videoteca che avevo sotto casa. Noleggiavo due, tre film al giorno. Il proprietario, vedendo crescere la mi passione, mi propose di lavorare per lui aiutandolo nella scelta dei film da prendere per la videoteca. Da lì è nata la passione che mi ha condotto alla Nuova Accademia di Milano.

Il suo primo corto, Mio Fratello, racconta un sentimento forte quanto controverso, quello che prova un ragazzo per il fratello maggiore. Una scelta senza dubbio impegnativa la sua. Da dove nasce l’idea?

Non ci sono riferimenti biografici. Avevo intenzione di raccontare un amore impossibile, un amore sbagliato e la storia di due fratelli mi è sembrata un contesto ideale in cui poter mettere a fuoco questo argomento. Scritta la sceneggiatura (per la quale mi sono avvalso della collaborazione di Luca de March) l’ho fatta avere ad un attore di Pescara, Andrea Arcangeli che ha accettato di recitare nella parte di Stefano, il fratello maggiore, e ha coinvolto Lorenzo Picco per il ruolo di Umberto, il fratello minore. 

La colonna sonora sottolinea bene la sensazione di disagio vissuta dal giovane Umberto. Indicativa è la scelta della canzone Wrong, cover dei Depeche Mode, con cui conclude il corto.

Ho scelto questa canzone perché non è una canzone con un impianto classico strofa/ritornello. Ogni battuta contiene la parola Wrong (Sbagliato) che esprime al meglio l’affaticamento emotivo quotidiano dei miei protagonisti. Sia questo brano che l’intera colonna sonora sono state composte dal duo acustico Toys in the Attic. Ho girato per loro anche il video musicale, uscito la scorsa settimana, che richiama le atmosfere cupe del cortometraggio.

Un regista alle prime armi quali difficoltà incontra nel realizzare il proprio progetto?

Principalmente tecniche. I mezzi erano quelli dell’accademia, quindi di discreta qualità. Tuttavia non avendo una produzione e un budget ho dovuto arrangiarmi come potevo. Se avessi avuto strumenti migliori avrei avuto l’opportunità di presentare il mio lavoro a Festival prestigiosi come i Nastri d’Argento. Ero stato contattato da loro ma il corto non rispettava i requisiti tecnici previsti dal bando e così non ho potuto partecipare.

Il suo lavoro è stato comunque molto apprezzato, in Italia e all’estero.

Sì e ne sono contento. Il corto Mio Fratello è il frutto di un esame di regia. Il professore del corso mi propose di inviare il lavoro ad alcuni Festival. Sono stato selezionato al Festival Cinema Zero di Trento, al WAG Film Festival e all’Academy of fine Arts Film Festival. Il mio corto è stato premiato al NABAWOOD di Milano e allo Young About di Bologna.

Veniamo ai progetti futuri. Cosa bolle in pentola? 

Sto lavorando alla tesi di laurea, un progetto per me molto importante, ancora in fase di scrittura. Ho deciso di affrontare l’inchiesta legata ai giovani che decidono di prendere il virus dell’HIV, mettere in scena questo pezzo di realtà senza drammatizzarla in maniera eccessiva, cercando di arrivare alle motivazioni che conducono un ragazzo sano a compiere una scelta folle come questa.

Nella scelta di mettere in scena realtà al margine, che ruolo giocano le sue origini?

Le origini di un autore influiscono inevitabilmente nella costruzione delle proprie opere. Sicuramente lo sguardo che io pongo sulla realtà o la propensione che ho nell’affrontare certe tematiche o condizioni sociali è influenzato dal mio essere abruzzese. Tuttavia questo avviene in maniera non evidente. Soprattutto in questo lavoro: abbiamo deciso di girare il corto solo in una stanza (che per l’occasione ho dipinto interamente di blu) proprio perché volevo che la storia non avesse una precisa collocazione.

La stanza blu come archetipo di tutte le stanze dunque.

Esatto. Doveva apparire come una stanza qualunque in una città qualunque, un luogo universale. Nel corto l’Abruzzo è presente (a cominciare dagli attori per finire con la location) solo per questioni di ordine pratico: è molto più semplice per me organizzare il lavoro qui o trovare una stanza nella quale fare le riprese qui piuttosto che a Milano. Magari nel prossimo corto ci sarà occasione di uscire dalla stanza e venire a contatto con il luogo che mi ospiterà.

Quali sono i suoi modelli di riferimento.

Senza dubbio Xavier Dolan, il giovane regista franco-canadese e poi Gus Van Sant: entrambi hanno il dono di saper affrontare tematiche estremamente difficili con una delicatezza e una sensibilità straordinarie.

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo il 14/04/2016

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