Brooklyn

di Silvia D’Egidio

Irlanda 1950. Ellis Lacey (Saoirse Ronan) è una giovane che decide di partire per l’America alla ricerca di nuove opportunità. Lasciare i suoi affetti non è semplice come pure adattarsi alla vita di una New York in pieno fermento. Ellis dovrà vincere la nostalgia e la paura di una vita solitaria per adattarsi ai nuovi ritmi e costruire così il suo futuro. A sostenerla in questo percorso c’è Tony Fiorello (Emory Cohen), un ragazzo italoamericano di cui la giovane si innamora. Ma proprio quando ogni cosa pare aver trovato il suo posto, lei compresa, Ellis è costretta a ritornare in Irlanda a causa della morte della sua unica sorella. Con il viaggio di ritorno si chiude il cerchio: la giovane comprenderà finalmente chi è davvero Ellis Lacey e qual è il suo posto nel mondo.
Con Brooklyn (nella sale da giovedì 17 marzo) John Crowley racconta, con garbo ed eleganza, uno degli eventi più importanti e noti di sempre: la migrazione. Sarebbe stato facile dunque inciampare nei soliti cliché eppure qui non se ne vedono: Crowley costruisce un melodramma (non mancano infatti i termini classici del genere: amore, dolore, soprusi, malattia e morte) e lo mette in scena con linearità e chiarezza dando alla fine l’impressione che la storia si racconti da se, proprio come avviene nella lettura. Non a caso il film è basato sull’omonimo romanzo di Colm Toibim (Bompiani 2009).
Allo stesso modo è tratteggiata la protagonista: Ellis Lacey (bravissima Saoirse Ronan che, ironia della sorte, è nata a New York ma è cresciuta in Irlanda) è un’eroina dimessa e composta, che incarna ognuna di quelle donne silenziose partite da ogni parte del mondo, valigia alla mano e speranza nel cuore, alla ricerca di un futuro migliore.
La giovane Ellis compie i suoi primi passi da donna indipendente in una New York più viva che mai (di qui la scelta del regista di dipingere la vita della protagonista in America con toni più accesi rispetto a quelli usati nella prima parte del film). Quest’America delle possibilità fa da contrappunto alla protagonista: come lei infatti anche la Nazione tentava, nei ferventi anni ’50, di costruire la propria identità. Il film allora racconta il singolo ma anche la collettività: attraverso la storia di una donna, Crowley mette in scena le vicende di un intero paese all’indomani della seconda guerra mondiale, in un clima di dilagante ottimismo.
Brooklyn è un film che non lascia spazio alla tristezza o al disfattismo, e infonde quel senso di (americana) positività che alla fine fa sussurrare tra se: sì, noi possiamo!

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo il 19 marzo 2016

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