Room

di Silvia D’Egidio

Joy (Brie Larson) è una ragazza giovane rinchiusa in una stanza da 7anni, cioè dal giorno in cui è stata rapita. È costretta a vivere in uno spazio piccolissimo che comprende un lucernario, un letto, uno specchio e un armadio, e lì Old Nick (Sean Bridgers) la violenta ogni giorno. Da quegli abusi nasce Jack (Jacob Tremblay), figlio amatissimo, che Joy protegge in ogni modo costruendo per lui un realtà che ha come limiti le pareti di quella stanza. Unico soffio di libertà è lo spicchio di cielo intrappolato dal lucernario a cui Joy rivolge lo sguardo e le sue preghiere. Jack è inconsapevole di quello che accade al di là della porta blindata: lì fuori per lui c’è lo ‘spazio’, un altrove indefinito e indefinibile che conosce solo attraverso le storie che la madre gli racconta. Poi la svolta: Joy trova il modo per far uscire Jack dalla prigione e lui, con il coraggio di un eroe, riesce a liberare la madre e a restituirla alla sua famiglia.
Room, il nuovo film di Lenny Abrahamson, tratto dal romanzo edito da Mondadori, Stanza letto armadio specchio di Emma Donoghoe, che ne è anche sceneggiatrice, è liberamente ispirato al caso “Fritzl”, avvenuto in Austria nel 1984.
Il regista capovolge il punto di vista e fa di Room un film in negativo: ogni cosa è vista al contrario, generando nello spettatore un sentimento di inquietudine e di spaesamento che lo conduce, proprio come accade ai personaggi, ad aver più timore della vita vera che della propria prigione. La confusione volutamente creata da Abrahamson (a cominciare dai capelli lunghi che fanno sembrare Jack una bambina) disattende continuamente le aspettative dello spettatore in un crescendo di emozioni che ha come apice il momento della fuga. A questo punto si è portati a pensare che il film sia giunto ad una fine più o meno ovvia, ma non è così. Proprio quando ogni cosa pare compiuta, Abrahamson ci sorprende ancora e imprime alla storia un’improvvisa sterzata, dando inizio alla seconda parte del film. Da quel momento in poi la stanza si trasforma in un luogo astratto, un “prima” certo, un metro con cui misurare la vita vera.
Capovolgendo le emozioni il regista ci costringe a guardare (anche quando davvero non vorremmo) la storia dal punto di vista dei due personaggi e del bambino in particolare: Jack riesce a fare quello che solo i piccoli sono capaci di fare: ci trascina nella propria realtà e ci fa vedere immenso e colorato un mondo che in verità è triste e asfissiante.
Con una Brie Larson da Oscar e un Jacob Tremblay sorprendentemente bravo, Abrahamson racconta una storia tra le più forti e coinvolgenti, senza mai scadere nelle più ovvie strategie di genere, confermando ancora una volta la sua bravura nell’utilizzo del mezzo cinematografico. Room è un film potente è commovente insieme, sfugge ad ogni idea di catalogazione, e con il suo lieto fine infonde in ognuno di noi l’idea che, in alcuni casi, salvarsi è possibile.

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo il 5 marzo 2016

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...