Intervista a Diego Fusaro

di Silvia D’Egidio

Un’analisi sulla sostenibilità ecologica, sociale ed economica, un’opportunità per riflettere sulle strade da percorrere, un’occasione per tornare a guardare avanti in una società che ha sacrificato in nome del capitale la propria vita e quella del pianeta. Si parlerà di questo con il professor Diego Fusaro professore di Filosofia all’Università San Raffaele di Milano. L’incontro, organizzato dall’associazione culturale “Mariella Converti”, nell’ambito del progetto Apogeo ideato e diretto dal dottor Serafino Di Eusanio, si terrà venerdì 4 marzo, alle 17.00, presso la sala polifunzionale della provincia.

Crede che sia possibile conciliare una crescita economica e una equa distribuzione delle risorse ripartendo da nuovi modelli di sviluppo?
È possibile a patto che si abbandoni il modello economico capitalistico e si transiti a quello che io, nel libro Il futuro è nostro, avevo chiamato il modo comunitario della produzione, ovvero un modo che ponga al centro la finitudine umana dell’ecosistema animale e che quindi miri a soddisfare i bisogni e la compatibilità con il sistema e non il folle mito della crescita infinita che distrugge il sistema e la vita umana. Si stratta di fare una rivoluzione o, più prosaicamente, cambiare il modo della produzione anzitutto decolonizzando il nostro immaginario che è vittima di questo mito folle della crescita infinita.

In Minima Mercatalia lei afferma “Il mondo che si santifica come democratico si configura così, per ironia della storia, come il capovolgimento dialettico della democrazia in dittatura del capitale finanziario transnazionale”. Quanta responsabilità ha il capitale finanziario nella distruzione degli equilibri naturali?
Direi che ha una responsabilità altissima perché il sistema capitalistico, o fanatismo dell’economia, si regge su un principio metafisico che esso stesso distruttivo e quel principio è la smisuratezza. Questa si traduce nell’imperativo economico della crescita infinita che, come segnala anche Latouche, è contraddittorio massimamente nel quadro di un ecosistema finito. Come si può promuovere la crescita infinita se le risorse sono limitate, se il pianeta è finito, se la vita umana stessa è finita? Questa è la contraddizione prima e primissima su cui si fonda l’irrazionalità del sistema economico in cui siamo che è un sistema che in nome della folle norma dell’accumulazione illimitata e della crescita smisurata distrugge il pianeta stesso riducendolo a fondo disponibile per la crescita infinita.

Le sue riflessioni mi fanno venire in mente che il folle mito della crescita, la necessità di andare sempre oltre misura, ci abbia fatto perdere il senso dell’identità e questa perdita abbia in qualche modo contribuito al disfacimento dell’ecosistema. Lei crede che ritrovando la nostra identità riusciremo a ritrovare anche il modo giusto di abitare la terra?
Dunque direi che oggi il sistema economico mira per sua natura a distruggere le identità perché vuole sostituire le vecchie identità culturali storiche legate alle civiltà, ai popoli, alle tradizioni, ai modi plurali di essere con un unico modello quello del consumatore anglofono senza radici senza cultura totalmente manipolabile dal consumo, quindi per sua natura sradicato e senza una coscienza storica e critica. Per cui si sta producendo oggi il paradigma dell’uomo senza identità concepito apposta per il consumo per la flessibilità e la mobilità. Un uomo senza identità è un uomo senza radicamento è un uomo mobile, costretto a seguire i flussi del capitale e quindi costretto a vivere secondo il paradigma di quello che io chiamo l’Homo Migrans, il migrante come nuovo stile di vita per individui precarizzati.

Nel 1959 Luciano Bianciardi scriveva “Alla luna si giunge in trenta ore: trenta ore occorrono, col treno più veloce, per viaggiare da Milano a Palermo. Così il progresso (specialmente quello altrui) serve d’alibi a quelli che vogliono lasciare come stanno il maggior numero possibile di cose.” Con un enorme anticipo sui tempi, lo scrittore toscano faceva un’analisi caustica e puntuale delle involuzioni sociali e culturali in atto negli anni del boom economico. A distanza di 57 anni il progresso è sempre un alibi?
È chiaramente così io sono d’accordo sia con Bianciardi che con Pasolini, che ci invitavano in tempi non sospetti a diffidare dell’idea di progresso. Quando leggo progresso leggo in realtà modernizzazione ultra capitalistica. Chi oggi è per il progresso, lo sappia o no, sta difendendo il processo di modernizzazione capitalistica e quindi quel processo che sempre accentua al classismo, la reificazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sul pianta. In nome del progresso ci faranno aderire a tutto ciò che santifica il processo di produzione in atto. Quindi ben venga una critica del progresso.
Qual è la strada da percorrere? In quale direzione bisogna andare o meglio guardare?
Io sono contro il progresso ma a favore dell’emancipazione. Il progresso diventa progresso tecnocapitalistico della scienza e dei mezzi per intensificare lo sfruttamento e la crescita del profitto. L’emancipazione invece è un miglioramento che riguarda le condizioni umane è legata all’uomo e non al progresso tecnico ed economico quello che permette di dare forme sempre più libere ed eguali all’umanità in modo che vengano superate le forme di sfruttamento e di classismo.

Nel 1987 dalla Commissione Indipendente sull’Ambiente e lo Sviluppo affermava “L’umanità ha la possibilità di rendere sostenibile lo sviluppo, cioè di far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità delle generazioni future di rispondere ai loro”. Purtroppo, e la cronaca ce lo conferma quotidianamente, questo non sta avvenendo. Che consiglio si sente di dare alle nuove generazioni per uscire fuori da questo impasse e tornare a ragionare in termini di sostenibilità?
Io spero che i ragazzi abbiano il coraggio di seguire un pensiero ribelle e quindi di rifiutare quello che si pretende che essi siano cioè consumatori amorfi senza identità senza futuro e senza spessore critico. Il primo oggetto per riappropriarci del nostro futuro e del nostro diritto ad essere è quello di rifiutare ciò che ci impongono di essere. E quindi il primo compito è quello di un pensiero ribelle e di uno spirito di scissione per dirla con Gramsci, della volontà di opporsi incondizionatamente a questo ordine della produzione delirante che fa coesistere tra loro il massimo classismo possibile, la massima reificazione possibile e il massimo sfruttamento della vita umana e del pianeta.

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo il 2/03/2016

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