Lo chiamavano Jeeg Robot

di Silvia D’Egidio

Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) vive alla periferia di Roma, in uno dei quartieri più disagiati della capitale, Torbella Monaca. È un esistenza misera e senza onore la sua, fatta di piccoli furti, budini alla crema e film porno. Poi un giorno accade l’impensabile: in fuga dopo l’ennesima colpo, Enzo cade nel Tevere e viene a contatto con materiale radioattivo che lo trasforma in un super eroe dalla forza soprannaturale. Tuttavia questa scoperta non lo cambia in meglio. Enzo rimane il piccolo uomo che era e sceglie di utilizzare i suoi poteri per continuare a delinquere. A ricordargli che si può far anche del bene sarà Alessia (Ilenia Pastorelli), una ragazza con l’anima di una bambina, che rivede in lui il personaggio della sua serie preferita, Jeeg Robot, grazie alla quale Enzo compirà la sua vera trasformazione.
Con il suo nuovo film, Lo chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti capovolge il concetto classico di eroe e ci restituisce Enzo Ceccotti, risposta italiana a Spiderman e Batman, a quei personaggi tutti d’un pezzo, con la tuta scintillante, supertecnologici, eternamente buoni, eternamente eroi.
Siamo lontani da quella grandiosità a cui i film d’oltre oceano ci hanno abituato ma non per questo ne rimaniamo delusi. Mainetti si dimostra all’altezza di un compito affatto semplice (quello cioè di tenere il passo con tutti gli altri film del genere che hanno esaltato la figura dell’eroe a colpi di effetti speciali) e lo porta a termine brillantemente, scegliendo invece come supereroe il più misero degli uomini, un ladro neanche troppo bravo, facendolo agire nel più infimo dei luoghi, la periferia degradata.
Molto interessante è anche il lavoro operato sui personaggi, i cui caratteri sono complessi, sfaccettati, pieni di contraddizioni e di difetti, per questo più umani e quindi più riconoscibili, a cominciare da Enzo (Claudio Santamaria), ladro introverso e mediocre, a tratti ridicolo e involontariamente simpatico, per finire con lo Zingaro (Luca Marinelli) capo di una piccola banda di criminali, esibizionista esaltato con una passione per la musica anni ‘80. E poi lei, la protagonista femminile, Alessia (Ilenia Pastorelli), il cardine della storia, la coscienza del protagonista, figura chiave senza la quale non sarebbe possibile quella che è la vera evoluzione del nostro supereroe.
Impossibile non riconoscere nei tratti di Enzo Ceccotti quelli di Léon, il protagonista dell’omonimo film di Luc Besson, a cui il regista si è ispirato per costruire il suo eroe. Entrambi bambini intrappolati in corpi di adulti (uno si ciba di budini, l’altro di latte), apparentemente crudeli ma profondamente buoni.
Il cast assolutamente indovinato vede un (è davvero il caso di dire) Super  Claudio Santamaria incredibilmente bravo nel ruolo dell’eroe borgataro, capace di cattiverie quanto di delicatezze per salvare la sua bella (anche se poi, come vuole la tradizione, è lei a salvare lui) e un Luca Marinelli straordinario nei panni del sadico “re del quartiere”, che si esibisce sulle note di Anna Oxa e che in fondo altro non è che il corrispettivo “in nero” di Ceccotti.
Con un budget ridottissimo ed effetti speciali quasi inesistenti, Gabriele Mainetti riesce a raccontare storia universale e al contempo a rispondere alla domanda che ci si chiede da sempre: infondo chi è l’eroe? A ben vedere infatti Enzo Ceccotti potrebbe essere chiunque e la periferia nella quale agisce tutte le periferie del mondo.
Il regista romano rielabora e ricompone frammenti di altri generi cinematografici in un mosaico che ha come sfondo la capitale romana più degradata e come attori personaggi e criminali borderline: il risultato è un film originale, imprevedibile e dalla forte identità.

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo il 27 febbraio 2016

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