Fuocoammare

di Silvia D’Egidio

Ci sono diversi modi per rappresentare una tragedia: parlando di numeri, dati e cifre “ufficiali” ad esempio; oppure raccontando volti, corpi e dolore. È questa seconda strada che Gianfranco Rosi sceglie di percorrere per Fuocoammare, il suo nuovo documentario presentato a Berlino (quale posto migliore?) in occasione della 66esima edizione del Festival Internazionale del Cinema, accolto molto bene dai critici di tutto il mondo.

Rosi racconta la storia attraverso la descrizione di due mondi, due facce della stessa medaglia: quello di Samuele, un ragazzino di dodici anni, che risiede a Lampedusa con la famiglia e che come tutti gli isolani è costretto a vivere quotidianamente l’arrivo di migranti disperati o morti; e quello del centro d’accoglienza completamente distaccato dalla vita dell’isola. Punto di contatto tra le due realtà è il dottor Pietro Bartolo, direttore della Asl di Lampedusa, responsabile dello smistamento dei profughi dal 1991, che porta avanti la memoria di innumerevoli atrocità.

Il regista di Asmara racconta la tragedia che si consuma nella più totale indifferenza e per farlo sceglie gli occhi innocenti (e pigri) di un ragazzino che ha la sfortuna di doversi confrontare ogni giorno con la disperazione di chi chiede di poter vivere una vita dignitosa ed invece va in contro alla morte. Il suo sguardo si fa metafora dello sguardo di tutti noi, testimoni silenziosi e inermi, ma anche metafora dell’atteggiamento disinteressato dell’Europa nei confronti di questa mattanza.

Incapace di girare se non vivendo sulla propria pelle le storie a cui dà forma, Rosi si è trasferito a Lampedusa per più di un anno, integrandosi con gli isolani, e vedendo con i propri occhi la disperazione e il dolore disseminati nel mar Mediterraneo. Difficile pensare di dover filmare la morte di uomini, donne e bambini. Difficile pensare di non esserne profondamente coinvolti. Difficile sì, ma necessario perché come giustamente ricorda il regista “siamo tutti responsabili di questa tragedia laddove non viene fatto nulla di concreto per evitarla”.

Commetteremo un errore se considerassimo questo lavoro come il frutto di un inchiesta giornalistica. Rosi infatti riesce a costruire una storia (il montaggio non a caso è affidato all’eccelso Jacopo Quadri) fatta di immagini belle quanto potenti ma mai eccessive. Siamo lontani da quel modo di fare giornalismo, retorico, sensazionalistico e sfacciato. C’è un rispetto del dolore e della sofferenza umana a cui non siamo più abituati, che commuove, fa sperare e ricorda al contempo, parafrasando Terenzio, che siamo uomini, quindi non ci può essere estraneo nulla di ciò che è umano.

Dopo aver vinto il Leone d’oro con Sacro GRA, Rosi stupisce di nuovo con un documentario che ha la forza di uno schiaffo morale all’Europa, a quella comunità che si fonda “sui valori del rispetto della dignità e dei diritti umani, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza” (articolo I-2) ma che di questi valori non ha più memoria.  Tornano alla mente le parole di Sandro Pertini quando, nel 1983 salutando gli italiani con il messaggio di fine anno, diceva (riferendosi all’Unione Europea): “questo è un ragionare da mercanti, non è più ragionare da uomini politici che hanno a cuore veramente le sorti dell’Europa e quindi del mondo intero”. L’atteggiamento europeo non è più un atteggiamento politico (a dirla tutta nemmeno umano) e sarà così fin tanto che non saremo in grado di comprendere che quello che accade alle porte dell’Italia è un fatto di sangue che non riguarda solo la nostra nazione o solo l’Europa, ma il mondo intero.

Rosi s’immerge completamente nella storia che racconta, condivide con i cittadini di Lampedusa, il cibo, l’acqua e il dolore: la sua camera diventa l’occhio di chi guarda da anni un omicidio impunito e così facendo restituisce a noi un documento, una richiesta d’aiuto, una testimonianza dolorosa e commossa della più grande tragedia contemporanea.

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo il 20/02/2016

 

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