Intervista a Marco Panara

di Silvia D’Egidio

Un tempo era il lavoro a ridefinire il nostro ruolo nella società e a realizzare le nostre aspettative. Oggi è il denaro ad avere questa funzione. Il lavoro ha perduto progressivamente il suo status di elemento fondante della società italiana riducendosi a mero atto finalizzato alla soddisfazione di un bene. Quali fattori hanno determinato questo cambiamento? Quali sono le conseguenze di tale trasformazione? Quali strade si dovranno percorrere? Questa è la materia dell’incontro con il giornalista di Repubblica Marco Panara, giornalista economico e finanziario di fama internazionale, che si terrà sabato 20 febbraio, a partire dalle 17.00, presso il Caffè Letterario di Pescara. L’incontro, organizzato dalla Fondazione Aria e moderato dal direttore artistico della Fondazione, Cecilia Casorati, è parte di una serie di appuntamenti dedicati al concetto di memoria intesa non come nostalgico deposito del passato ma come momento creativo attraverso il quale riconsiderare il presente e costruire futuro.

Nel libro La fine del lavoro Jeremy Rifkin sostiene: “Entro il prossimo secolo, il lavoro di massa nell’economia di mercato verrà probabilmente cancellato in quasi tutte le nazioni […] macchine intelligenti stanno sostituendo gli esseri umani in infinite mansioni”. Si trova d’accordo con questa affermazione? Il lavoro è finito o sta solo cambiando?

La tecnologia ha messo in atto un processo di sostituzione del lavoro che se fino a qualche anno fa riguardava solo il lavoro manifatturiero adesso riguarda anche lavori concettuali, sostituzioni che aumentano con l’evolvere della tecnologia. Contro queste forze credo che la resistenza sia inutile e dannosa: sono ondate della storia che non si possono fermare. Il problema è gestirle e questo è senza dubbio qualcosa di molto complesso. Bisogna considerare che le grandi innovazioni tecnologiche hanno poi determinato la nascita di nuove opportunità e nuovi lavori. Tuttavia c’è un gap tra il tempo di distruzioni dei vecchi lavori e il tempo di creazione dei nuovi, io credo che sarà un periodo abbastanza lungo da farci cadere in mezzo più di una generazione.

Se da una parte c’è la tecnologia dall’altra la globalizzazione. In che modo questa ha ridefinito i mercato e la geografia del lavoro?

La prima cosa che ha determinato la globalizzazione è stata una competizione, già avvenuta in passato, tra lavoratori di paesi con un economia prevalentemente agricola, fuori dal circuito di industrializzazione e quindi con un costo del lavoro molto basso con lavoratori di paesi industrializzati che hanno un reddito più elevato, un loro sistema di welfare, un sistema fiscale e naturalmente un costo del lavoro più alto. La competizione ha determinato poi lo spostamento di molte produzioni verso paesi dove il lavoro costa meno. Questo ha provocato uno schiacciamento delle retribuzioni nei paesi industrializzati e la perdita del potere contrattuale.

Nel suo libro La Malattia dell’Occidente – Perché il lavoro non vale più afferma che “La perdita del valore economico del lavoro porta con sé un perdita del suo valore morale e sociale, elemento fondativo della società occidentale”. Dunque al declino del lavoro corrisponde il declino della democrazia?

Il rischio è molto forte. Il lavoro è il grande connettore sociale, è ciò che noi siamo in grado di dare come contributo alla vita collettività. Se Il lavoro perde di valore, non solo economico ma anche morale e politico, il connettivo si indebolisce e determina un allentamento dei legami civili. Questo indebolimento ha una serie di effetti uno dei quali è la mancanza di tutela: quando la società è meno coesa gli interessi forti tendono a prevalere, le istituzione perdono di legittimazione, aumenta la componente populista e l’interesse individuale, si tende a difendere quello che si ha e non a costruire quello che si potrebbe realizzare in futuro.

Quali sono i percorsi da intraprendere per giungere ad un cambiamento positivo?

Una cosa fondamentale è quella di ripensare ai modelli formativi. Non si può continuare a formare le persone per lavori che stanno scomparendo, è necessario invece formare giovani con competenze reali e una forte capacità di adattamento. È molto importante anche lavorare sui beni comuni come le infrastrutture, i servizi alla cittadinanza, i trasporti, cioè servizi che consentano alla collettività di avere una qualità di vita elevata anche con redditi più contenuti. La gestione di questa fase di passaggio ha una fortissima complessità che richiede anche un adattamento delle istituzioni: i tempi della tecnologia e dell’economia sono diventati talmente rapidi che i processi decisionali classici non riescono a starvi dietro e questo pone un problema ulteriore di legittimazione dell’istituzioni, della loro capacità di far fronte a questi fenomeni quando avvengono e non quando sono avvenuti.

Lei ritiene che una ridistribuzione delle ricchezze possa portare ad una nuova rinascita economica?

La questione della ridistribuzione delle ricchezze è uno dei problemi chiave perché l’aumento delle disuguaglianze è un fenomeno in aumento. I meccanismi dell’economia sono quelli che premiano i profitti e non il lavoro e questo è un fattore che incide inevitabilmente sull’economia. La ricchezza concentrata infatti non è in grado di sostenere consumi tali da mantenere il sistema produttivo che abbiamo messo in piedi: pochi ricchissimi per quanto possano spendere non riusciranno a spendere mai quanto migliaia di persone spenderebbero se avessero un centinaio di euro al mese in più.

Il suo intervento fa parte di un ciclo dedicato alla memoria, non intesa come conservazione e celebrazione ma come elemento costruttivo. È possibile secondo lei trarre ispirazione dal passato, sfruttare in senso creativo la nostra memoria per trovare una soluzione?

Cambiamento vuol dire che c’è qualcosa da cui si viene e qualcosa di diverso verso la quale si va. È difficile sapere dove si arriverà perché “il futuro”, diceva qualcuno, “è la cosa più difficile da prevedere”, ma sapere da dove si viene è fondamentale. La memoria non è un rifugio ma quella che definisce la nostra natura, il nostro modo di essere, il nostro stile, usando questa parola in senso alto. È quello che ci ha fatti quello che siamo e quindi è quello che determina non solo dove arriveremo ma anche il modo in cui ci arriveremo. È questo l’aspetto più importante della memoria, la forza della nostra identità che è quella che consente all’uomo di attraversare la storia rimanendo se stesso e non uguale a se stesso.

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo il 17/02/2016

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