The Hateful Eight

di Silvia D’Egidio

America, all’indomani della guerra di secessione.
La quiete dei boschi innevati è interrotta dall’arrivo di una diligenza: sono John Ruth (Kurt Russell), detto ‘il boia’, in compagnia della sua taglia, Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), pronta per essere consegnata alla giustizia di Red Rocks. Lungo la strada danno un passaggio al Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson) e al sindaco di Red Rocks Chris Mannix (Walton Goggins). La bufera di neve in arrivo costringe i viandanti a sostare al rifugio di Minnie e Sweet Dave e lì restano bloccati in compagnia di altri avventori: il cow boy Joe Gage (Michael Madsen), il vecchio generale Sanford Smithers (Bruce Dern), il boia Oswald Mobray (Tim Roth) e Bob il custode (Demián Bichir).

L’incontro fortuito tra gli otto relitti della guerra di secessione (che a ben vedere sono i prodotti di tutte le guerre) ha tutta l’aria di diventare una riproposizione in piccola scala del conflitto che si è appena concluso fuori. Ma questi ospiti sono davvero quelli che dicono di essere?

Sfugge ad ogni idea di catalogazione l’ottavo film di Quentin tarantino, The Hateful Eight, un Western dal sapore Horror con punte di Giallo, intriso di odio e sangue. Se da un lato non possiamo fare a meno di pensare al libro di Agata Christie Dieci piccoli indiani dall’altro è ancora più evidente il ‘debito’ nei confronti del cult movie dell’82, La Cosa di John Carpenter, in cui i personaggi si ritrovano, bloccati dalla neve, reclusi in un bunker, in balia di un entità aliena femminile.
Dall’Alaska al Wyoming il passo è breve.
I due film non hanno in comune solo la struttura e il protagonista ma anche la musica o meglio il compositore: Ennio Morricone. Il regista di Knoxville inserisce nel film alcuni brani composti dal Maestro per La Cosa che Carpenter decise di eliminare. Tuttavia Tarantino non si limita a recuperare dei brani inutilizzati, fa molto di più, strappando a Morricone una colonna sonora che è un capolavoro e che vale al Compositore una nomination agli Oscar, un Golden Globe ed un Critics Choice Award.

I legami con il passato non si esauriscono qui. Per il suo ultimo lungometraggio Tarantino decide di rispolverare una vecchia pellicola, utilizzata solo in pochissimi film (tra i quali Ben Hur) e accantonata nel 1966: l’Ultra Panavision 70 millimetri. La macchina da presa scorre lungo paesaggi bellissimi a cui fa da contrappunto una musica straordinaria che, al pari del Panavision, amplifica gli spazi richiamando alla memoria il paesaggio bianco e silente del western di Sergio Corbucci (Il grande silenzio).
Interessante è non solo il cosa ma anche il come: Tarantino utilizza un formato più aperto e profondo per filmare, al contrario, uno spazio ristretto a tal punto che per la gran parte del film vediamo i personaggi agire in un’unica stanza in un crescendo rossiniano di tensione e diffidenza.

A questo punto la parola prende il sopravvento, in tutta la sua vorticosa potenza e come benzina, alimenta la fiamma dell’odio esasperando il clima di agitazione e ostilità. Siamo rapiti (e divertiti) inevitabilmente dalla giostra verbale fatta di dialoghi densi, a tratti ironici e sempre acuti, che contraddistinguono lo stile di Tarantino sceneggiatore.

A colpi di battute il ritmo si fa incalzante, lo spazio si restringe, il tempo si dilata. Su questo equilibrio perfetto corre la storia con i suoi curiosi personaggi interrotta solo dai 5 capitoli in cui è suddivisa.
Ritroviamo qui un Tarantino prima maniera, capace di sbalzi temporali, crudeltà estrema, dialoghi vertiginosi, situazioni al limite del grottesco, Mac Guffin (la lettera di Lincoln messa in mostra dal Maggiore Warren).

Al caldo desolante si sostituisce la neve, alla polvere il vento gelido del Wyoming, agli sconfinati deserti gli angusti spazi di un rifugio di montagna che ha tutta l’aria di un saloon: The Hateful Eight non è solo un lavoro ben fatto, in cui passato e presente, western e horror, ironia e crudeltà, coesistono senza sopraffarsi mai. È qualcosa di più intimo: è un omaggio di un appassionato cultore della materia ad un modo di far cinema che non esiste più ma che potrebbe (dovrebbe) tornare alla luce, proprio come l’Ultra Panavision 70 millimetri.

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo l’11 febbraio 2016

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