STEVE JOBS

di Silvia D’Egidio

In “Amici Miei”, uno dei più bei film del regista Mario Monicelli, uno dei protagonisti afferma: “Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.” In nessun altro modo si potrebbe descrivere il genio che è stato Steve Jobs. Ma questa è la storia che tutti conosciamo, quella del prodigio che rivoluzionò il mondo. Tuttavia c’è anche una altro modo per raccontarla, un altro punto di vista da cui osservare i fatti perché il genio è prima di tutto (e soprattutto) un uomo. E lo sa bene Danny Boyle che nel suo ultimo film, Steve Jobs, dipinge un ritratto intimo ed appassionato dell’uomo che fu artefice ed epicentro della rivoluzione digitale.

Il regista inglese premio Oscar per The Millionaire, nuovamente candidato agli Accademy Awards per quest’ultima pellicola, ribalta le aspettative mettendo in scena non il genio ma l’essere umano, odioso, irascibile e insopportabilmente folle al punto da riuscire a mettere in piedi un impero digitale, a reinventare l’idea stessa di tecnologia.

La macchina da presa sposta il suo occhio di vetro lontano dalle luci della ribalta e dal genio ma rivolge il suo sguardo là dove la vita vera si consuma, per osservare l’uomo, anzi Steven, muoversi dietro le quinte della propria esistenza. Ed è proprio dietro le quinte che Boyle decide di ambientare la storia, un’opera divisa in tre atti, tre momenti fondamentali della vita del protagonista e più in generale della tecnologia.

La storia inizia nel 1984 con il lancio del Macintosh 128k, segue il 1988, giorno della presentazione della Next Computer per finire nel 1998, giorno di nascita dell’iMac: 14 anni di lavoro, sacrifici, imprevisti, stravolgimenti ma anche umiliazioni e fallimenti. Jobs, affiancato dalla fedele ed affidabile Joanna Hoffman (l’unica donna che pare ascoltare) si aggira nel backstage, che mutano con il passare degli anni, dove avvengono gli scontri/incontri fondamentali della storia professionale ed umana del protagonista (non a caso il tema principale della colonna sonora è Shelter from the storm, di Bob Dylan): quelli con Steve Wozniak, il partner dei leggendari inizi nel garage di Los Altos, John Sculley, CEO Apple, Andy Hertzfeld, ingegnere del softwar, Chrisann Brennan ex fidanzata. Ed in fine Lisa, prima e più sincera spettatrice, quella figlia che non vuole riconoscere, rappresentazione dell’incapacità di essere padre.

Indovinata la scelta del cast nel quale spiccano il protagonista, l’attore del momento, Michael Fassbender, pronto a strappare la statuetta a Leonardo Di Caprio durante la prossima notte degli Oscar, affiancato da una strepitosa Kate Winslet, vincitrice del Golden Globe per questo ruolo. Le loro voci riescono a corrispondersi perfettamente in un gioco di rimandi sempre misurato che li vede sostenersi, combattersi, rincorrersi e poi riprendersi senza mai prevalere l’uno sull’altra.

Ma la grandezza di questo film risiede soprattutto nei dialoghi brillanti e serrati creati da Aroon Sorkin, già Oscar per The Social Network e vincitore del Golden Globe proprio con questo film. Ispirandosi liberamente al best seller di Walter Isaacson, Sorkin prova a raccontare, con una scrittura sagace e fulminea, il lato umano ed oscuro del genio della tecnologia, regalando così agli attori, al regista e al pubblico una sceneggiatura che è un capolavoro.

Grazie ad immagini opportunamente lavorate e ad una colonna sonora d’eccezione, Boyle racconta la storia meno nota ma non meno interessante di un essere umano e non solo quella di una delle menti elevate, creative e folli del pianeta. Il risultato è il ritratto di un uomo consapevole dei propri limiti e profondamente radicato in questi tanto da rinunciare a tutto pur di compiere il ‘miracolo’. E allora “va e lascia un segno nell’universo, Steven”.

Pubblicato sul quotidiano La Città della provincia di Teramo il 23 gennaio 2016

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