Il paese dei coppoloni di Vinicio Capossela

di Silvia D’Egidio

Il paese dei coppoloni è un romanzo che ha il sapore delle narrazioni antiche: pagine preziose colme di storie e di insegnamenti, che vivono al riparo di un tempo sospeso, quello della Relogia con le lancette ferme all’ora in cui la terra tremò e portò alla fine il mondo della civiltà contadina. Il paese dei coppoloni è un racconto corale, canto umano e per l’umano, un viaggio entusiasmante nella terra dei padri, una ricerca appassionata delle proprie origini e di quegli insegnamenti di cui noi, uomini del presente, abbiamo perso memoria. Il paese dei coppoloni ci restituisce il senso di appartenenza e di comune unione che abbiamo perduto nell’informe e scombinato spazio della modernità, riportando “la menzogna della realtà, alla verità dell’immaginazione”.

Edito da Feltrinelli e candidato al Premio Strega 2015 Vinicio Capossela, cantautore geniale e visionario, torna alla dimensione della parola con Il paese dei coppoloni, romanzo ambientato in Irpinia.

“Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” chiedono al viandante protagonista di questa storia, che non esita a rispondere: “Vado accattando musiche e musicanti per le terre dei padri nel paese dell’Eco che mi hanno detto risuonare di suoni”. Inizia così un viaggio senza tempo in un universo favoloso e materico, un cammino costellato di personaggi particolarissimi che accompagneranno i viandanti (il narratore e il lettore) nella ‘Terra dei Padri’. Incontreremo Camoia, Mandarino ‘pascitore di uomini’, la Marescialla, le vestali della fornacella, Cazzariegghio ‘il guaritore’, Scatozza ‘domatore di camion’. E poi ancora Cenzino ‘Ai catta go’, Pacchi Pacchi, Armando Testadiuccello ‘l’Edipo oscurato’, Rocco Briuolo ‘il cowboy solitario’, Salvatore ‘il Cantore errante’, Vituccio ‘il Conserviere’, Matalena e ‘la Banda della Posta’. Ognuno di questi avventori s’inserisce nel racconto a proprio modo: c’è chi parla e chi canta, chi rimane muto e chi ricorda che ci si salva se si comprende che il silenzio “non è solo abbandono ma è ricco e risuona”, che il vuoto non è il nulla ma qualcosa che “ha spazio per accogliere” o come dice Capolicchio che i Siensi “si guadagnano a poco a poco che la vita passa, e ad alto prezzo, e costano anni”.

Vinicio Capossela ci fa ritrovare lo sguardo, noi che lo avevamo perduto, ipnotizzati dalla ‘busciarda’ (la televisione) che tutto manipola e distorce, artefice del processo di spersonalizzazione che ha imposto un’unica idea di bellezza, che ha inventato la chiacchiera sciocca e ‘non pensata’ da talk show, che ha relegato alla scialba dimensione folclorica la feconda e variopinta cultura dei padri.

Sfugge a questo processo di massificazione anche la lingua che si discosta da quella dell’attualità che per farsi agile, chiara e ‘internazionale’ risulta invece insipida, piatta, che trova le proprie ‘autorità’ nei mass media e nella pubblicità, che non ha più alcun contatto con la vita e quindi con l’uomo.

In questo romanzo invece la lingua è più viva che mai: attraverso parole dialettali, immaginarie e incantevoli il racconto si snoda, sinuoso e musicale, in un periodare magnifico simile al passo, ora lungo ora breve, del camminante lungo la strada; è un andare, un incedere che ricorda il movimento e la musicalità dei versi antichi, divisi non a caso in piedi (perché era così che si portava il ritmo, battendo il piede a terra) misura, peso e forza del verso stesso.

Il linguaggio del libro ha questa forza, questa potenza evocativa, che ci permette di vedere pagina dopo pagina, i sentieri della Frascineta, “le nuvole fioccose di manna”, il verde “profondo e carnoso” del monte Airola, la rupe di Cairano, che si erge sopra la vallata e la “inchioda sotto, come una grossa unghia uscita dalla terra”, le strade strette che si articolano in “illusioni geometriche nella calce bianca”, ed infine lei, “la madre delle anime”, lei che tutto raccoglie, la luna “bianca come una palla di fluoro che s’invola alla ventura nel cielo”.

Siamo lì, in compagnia di Guarramon e con lui prendiamo parte alla ‘Cumversazione’, condividiamo come in una messa, il pane e il vino, le storie e la musica, abbandoniamo per un momento “la menzogna della realtà” per vedere, finalmente, “la Verità dell’immaginazione”.

Il paese dei coppoloni è un omaggio alla vita, quella vera, un inno alla cultura “del tempo, del proverbio, del lunario”, è un canto appassionato di un figlio alla sua terra. Con questo libro Capossela risale il millenario cammino dell’uomo verso il suo punto aurorale, là dove è inscritta nella durezza della terra, nella corruttibilità della materia quella felicità impossibile che nella modernità si trasforma in rovina.

Pubblicato sul quotidiano della provincia di Teramo, La Città, l’08/05/2015

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